Di rabbia condivisa e toppe da mettere.

Sono distratta e maldestra e negli anni non conto più quante cose mi si sono rotte tra le mani.

Alcune tazze le ho incollate e ne ho fatto dei vasetti, lo stesso con dei bicchieri. I piatti spesso son diventati passaggi leggeri in mezzo al giardino.

Mi taglio e mi faccio male in continuazione, fortunatamente nulla che un po’ di disinfettante e un cerotto, oppure un po’ di pomata all’arnica, non possano rimettere in sesto.

Quando Mini rompe qualcosa, giochi, quaderni, libri, ogni volta è una sfida ma in un modo o nell’altro i pezzi insieme li rimettiamo. Questo piccolo cavaliere Jedi ha un armadio di pantaloni con toppe alle ginocchia. A volte di toppe sulle toppe, perché fin dalla più tenera età siamo recidivi a cadute, scivolate e sfregamenti a terra, nonostante il dolore, perché impariamo che un ginocchio sbucciato non causa la morte di per sé.

Ma con un cuore rotto? Come si fa?

Ti sembra di avere un pulcino tra le mani, tremante e spaventato e nessuna parola buona può alleviare il dolore.

E’ straziante perché il tuo è già passato per quelle strade molte volte… ed è una sensazione che conosci bene.

E’ morto mille volte almeno, il mio cuore. Ha vissuto addirittura morendo, covando la morte in sè,

se l’è tenuta attaccata, ben stretta, senza distinguerla, ed è morto cento volte al giorno.

E’ la vita… ma è certo, non si muore tutte le mattine, si muore una volta sola. ( Vinicio C.)

Sai che non morirà, resterà ammaccato ma ricomincerà a pulsare, ne sei sicura.                  (esattamente come le ginocchia e i pantaloni di cui sopra)

Intanto quel dolore fa male come se in parte fosse tuo.

Se ci pensi bene almeno un pezzetto lo è.

Se quel cuore si sente rotto, se quello stomaco piange, se quella testa ora è piena di pensieri incontrollati e melmosi forse un briciolo di responsabilità è anche tua.

Che non hai ascoltato le tue sensazioni quando ti sembrava di avere di fianco le persone sbagliate (per te), quando non hai insistito, per colpa di un vaffanculo ben assestato che poteva raggiungerti, nel cercare di capire e sostenere nel modo giusto chi rischiava di farsi male, quando hai pensato di non essere abbastanza forte per intervenire e farti scudo. Quando semplicemente hai pensato di essere tu quella sbagliata.

Allora riprendi in mano le altre sensazioni, le migliori che hai avuto insieme a quelle più scure, che non ti hanno mai abbandonata e che ora vuoi rivolgere a chi hai sempre percepito essere un animo buono e da sostenere, anche quando stava dall’altra parte del mondo.

Bisogna usare quella rabbia che ti ritrovi tra le mani, accartocciarla  e farne altro, tipo uno zaino, una borsa di stoffa colorata o un cesto di vimini, per portarsi in giro un po’ del dolore dell’altro, senza sconti.

“Te ne prendo un pezzo e tu avrai il tempo necessario a digerirlo poco per volta e mentre lo porto con me tu lo guarderai da più lontano e darai a quel dolore il colore e l’importanza che merita. Non troppa e nemmeno troppo poca. Il giusto, per masticarlo e scartarlo. Mi metto al tuo fianco ( e so per certo non essere la sola) come Sancho Panza con Don Chisciotte, fosse anche a cavalcioni di un opossum, non importa”

Un cuore rotto, in fondo non si ripara. Forse perché non è davvero rotto ma solo ammaccato, lussato, graffiato. Brucia così tanto proprio perché funziona ancora e molto bene.

Mi sa che questo devono fare gli amici: aiutare a prendere quello che c’è per  farne altro, ogni volta, in ogni situazione e ancora di più nei momenti difficili.

Un cuore rotto si può solo rattoppare. Non torna quello di prima, cambia aspetto e non è detto sia un male.

Bisogna trovare le toppe giuste, che siano colorate e divertenti. Che lascino spazio alle ferite per guarire, senza ostruire il passaggio ai batteri, che si secchino sulla strada verso l’uscita, com’è giusto che sia.

Toppe che siano meraviglia e degne di nota, in quanto uniche e splendenti.

” Forza Tati, tira fuori ago e filo, presto!”.

 

 

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quello che posso…

Della strada fatta,

ti lascio la polvere sotto le scarpe, i muretti accarezzati in punta di dita, il profumo dell’erba e il colore dei lampioni nelle notti d’estate.  L’aria raccolta dal finestrino della macchina e i piedi nudi sul cruscotto.

ti regalo uno zaino di testardaggine nel lottare per ciò in cui credi, scatole e scatole di incontri inaspettati e importanti, di emozioni forti che segnano la pelle del cuore, nel bene e nel male. E la voglia di averne ancora, nel bene e nel male, sempre.

Dei miei giorni,

ti lascio il profumo del caffè, l’odore di legna per l’inverno e quello dell’erba appena tagliata per l’estate. Lettere scritte e sussurrate, musica cantata a squarciagola, ballata e negata.

Dei miei sogni,

puoi tenerti i colori, in mille forme e sfumature per dare un senso alla solitudine, forbici e  taglierini per limare e dare la forma che vuoi al tuo mondo.

Ci sono gomitoli e pezzi di stoffa, bottoni, aghi e fili diversi, per intrecciare e assemblare il costume che meglio preferisci.

Ti lascio anche un barattolo di parole nuove, mai usate. Fanne ciò che vuoi, insieme a quelle sperate e mai arrivate. Prendi pure tutto, anche le paure, la noia e il fastidio.

Trovi tutto di me, in ogni finestra di casa, ogni piastrella del pavimento in ogni singolo granello di polvere e in ogni filo d’erba e di erbaccia del giardino.

Se ti va di cercare, di me, trovi tutto.

E tutto il mio contrario.

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Let’s not forget these early days
Remember we begin the same
We lose our way in fear and pain
Oh joy begin
Oh joy begin… (DMB)

Togliere

Si parte da uno spazio liscio e tutto uguale.

Ad ogni passo un solco, in ogni esperienza un segno. Da vicino sono solo linee sconnesse, cicatrici bizzarre e senza un senso apparente.

Bisogna imparare ad immaginare un obiettivo.

Per anni hai aggiunto, con colpi di matita più o meno precise, con colori e pennelli. Hai tentato di costruire il tuo quadro, il tuo disegno.

Cercando elementi in giro che colmassero quel vuoto nell’angolo, che rendessero speciale il centro. Hai cercato all’esterno qualcosa che riempisse, qualcosa con cui fare da specchio l’idea che avevi in testa.

Poi d’improvviso qualcosa si modifica: togliere, portare via il superfluo. Non con rabbia e impulso distruttivo ma con calma e attenzione.

Togliere quel di più che nasconde l’immagine che hai in testa, con mano consapevole.

Allora quei solchi non sono ferite ma strade, non sono mancanze ma esperienze fatte e di cui far tesoro.

A volte bisogna togliere per dare il giusto risalto all’immagine che si nasconde, per portare alla luce quello che hai nella testa.

A volte ciò che sta nel centro è la somma di tutto quanto sta intorno ed è lì che bisogna lavorare.

 

  
We're born with millions of little lights shining in our hearts
And they die along the way
Till we're old and we're cold
And lying in the dark
Cos they'll all burn out one day
They'll all burn out one day
They'll all burn out one day
They'll all burn out one day ( Passenger)


Alex e Aidi

Siamo la somma di tutto quello che abbiamo visto e vissuto.
Più un po’ di speranze, sogni sparsi, ricordi e mancanze.
Siamo fatti di abbracci dati e addii subiti.

Nelle mie vene scorre un sangue di collina, di curve a gomito, di campi in discesa, di boschi e muretti a secco, di nocciole e castagni.

A questo s’è mischiato lo sguardo di pianura, che guarda l’orizzonte e non trova ostacoli cercando nuovi appigli su cui fermarsi.

S’è aggiunto col tempo il profumo delle montagne in estate, il canto dei torrenti impetuosi, l’odore della pietra calda sotto il sole di agosto e quello dei prati dopo il temporale.

Poi ci sono le persone, quelle dell’infanzia, quelle lontane e quelle del quotidiano.

E quelle perse.

E’ una storia qualunque, di persone normali.

E’ una storia di amicizia e affetto, di parole urlate e pensieri nascosti.

Lei, incasinata come solo un’adolescente con l’inclinazione al melodramma può essere con la tendenza a camminare a testa china.

Lui, che non dice mai una parola di troppo e gira il mondo con sguardo dritto e mento alto, con passo deciso le fa da argine.

Perde il suo tempo dietro ai pensieri di lei, ai suoi turbamenti, al suo sentirsi sbagliata e sempre fuori luogo. L’accoglie e raccoglie tante volte che non le si può contare.

Ogni cosa per lei è emozione, forte, incontrollabile ed esplosiva. Lui le prende una per una, dalle risate alle lacrime, facendola sentire giusta. Si preoccupa delle emozioni di lei e raramente tira fuori le sue. Eppure in quegli occhi lei riconosce un animo attento, silenziosamente emotivo, spesso turbato. Lo crede una persona rara, un temperamento da uomo maturo ma capace di stupidera inaudita. Ha la capacità di farla ridere, molto, in modo semplice e inaspettato.

Poi basta. Finito tutto, chiuso tutto. Le strade prendono curve e paesaggi diversi, tanto. Troppo.

C’è ancora stata una sera, dopo parecchi anni da quell’addio senza voce, in cui l’aria sembrava la stessa di quando chiacchieravano, la sera, sulla panca in cortile, guardando il cielo e imprecando alla terra.

Finita la serata di lavoro al locale del paese, è stata incastrata ad una serata in discoteca, che per lei era, ed è, come lanciare il diavolo in una vasca d’acqua santa. Lui, passato casualmente in una serata solitaria tra quel bancone e quei tavolini ha lasciato uscire con estrema semplicità un: ” dai, vengo anche io” ; immediatamente le spalle di lei si sono sciolte, i polmoni hanno ripreso a respirare e il suo cuore s’è sentito a casa.

L’ultima volta che si sono tenuti per mano.

L’ultima volta che lui s’è fatto argine per lei, che s’è fatto appoggio e sostegno.

L’ultima volta che i loro occhi hanno riso insieme. Poi il vuoto.

Da quella sera c’è una specie di orologio sottopelle, che con una scadenza tutta sua fa scattare la molla del cucù e i pensieri di lei si aggrovigliano intorno a quegli occhi e a quel sorriso. Domande senza risposta, se e ma inutili scavano solchi come letti di fiumi in secca. Sente chiaro e nitido un CLACK dietro la nuca, all’altezza del cervelletto, come avesse qualcosa di appollaiato proprio lì e che lentamente scende in gola. Passa qualche giorno con quel cuculo in pieno petto, poi rientra e si richiude per un altro po’ di tempo.

A volte resta fermo per un tempo abbastanza lungo da farle pensare ” ok, è andata, passata“. Altre basta un profumo, un incrociarsi per strada e la molla riscatta, ripartono i pensieri, i se, i ma,  i chissà. In genere in modo molto sottile, impercettibile, facilmente dissimulabile a chiunque.

Una volta soltanto, dopo anni di vite diverse, apparentemente strutturate altrove, quel meccanismo s’è inceppato: è esploso come una deflagrazione, strappando carne e fiato, nessun avviso o cenno di cedimento. Improvvisamente l’inferno nella testa.

E’ stato come vedere un torrente di montagna in preda al temporale più minaccioso, quando non azzarderesti mai a stargli accanto o sul ponticello che lo attraversa.

E’ stata dirompente, in un battito di ciglia ha perso il controllo, non ricorda con precisione le parole che sono uscite ma sa di avere detto tutto, tutto quello che per anni ha solo pensato esclusivamente tra i suoi pensieri, sentendosi come sempre tremendamente sciocca. Ha iniziato a piangere, imprecare, a chiedere scusa e umiliarsi.

Lui, fisso in piedi davanti a lei, la guardava dritta negli occhi, in volto nessun sorriso ma un ghigno compiacente. Uno sguardo duro e divertito.

Dopo quella scenetta, il nulla.

Nulla che non siano racconti di chi con lui ha ancora a che fare. Sembra diverso, freddo. Al solo pensiero le si gela il cuore  ripensando all’ultima volta che ha visto quegli occhi. Le si spezza il fiato e non riesce a credere sia possibile.

Si cambia, questo è certo, la vita ci mette di fronte a delle scelte e lui, a quanto pare, ha scelto di vivere in linea retta. Niente curve, niente discese, nessun passeggiare in bilico sui muretti ma nel centro perfetto della strada, senza mai spostare lo sguardo da quel punto che s’è piazzato di fronte. E’ come se avesse deciso di chiudere con chirurgica precisione ogni possibile fuoriuscita di emozioni e sentimenti non necessariamente utile al trascorrere dei giorni e al quieto vivere nel mondo.

Anche lei è cambiata, ha fatto il suo buon numero di casini ma ha imparato l’arte del non farne necessariamente un dramma. Continua a lasciare uscire emozioni e sentimenti come palline di un flipper impazzito ed è proprio grazie a quelle che non trova un punto fermo verso il quale andare. La testa continua a ciondolare in tutte le direzioni, con occhi ben aperti e pronti a raccogliere ogni sfumatura, si lascia distrarre e un punto fermo in fronte non ce l’ha

Ha sempre quel ticchettio di sottofondo che si ripresenta ogni tanto ma non è più nostalgia, non è stare ancorati al passato… è provare dispiacere per un cuore buono al quale non ha saputo e potuto stare accanto, è un dolore sordo che buca il petto nel pensare che quegli occhi abbiano cambiato luce.

E’ la paura di ammettere che forse quegli occhi non siano mai stati come li ha visti lei e che i suoi ricordi si stiano prendendo gioco di quell’orologio a cucù che ha nel petto.

stringi il petto e nascondi i pensieri….

Di autunno e giorni corti.

Costruisco pensieri di lana cotta
per scaldare l’autunno e fare il paio con i colori che ha
Intreccio la noia con la consapevolezza
per farne coperte che siano riparo
Mischio stanchezza e stupore a gioia e malinconia
per colorare quaderni e fogli sparsi
Raccolgo petali di stoffa e li lancio alla rinfusa
per camminare sui sogni infranti
Cucio bottoni sul ferro usando rami secchi
Mastico bonbon fatti di terra e vetro facendone bolle
Sono il buffone di una corte che non c’è
Sono lo gnomo nascosto nell’erba
Sono il clown bianco e l’Augusto
me ne vanto e me ne vergogno insieme.

… se non si divide il buio

si tradira’ sempre la luce (V.Capossela)

http://www.youtube.com/watch?v=6eT_IuQq7TM

Quello che si vede…

Lui torna a casa la sera, ad ogni gradino un sospiro.

Ne ha quarantadue prima di aprire la porta e fare quello più grande.

Buttare fuori la noia e la stanchezza per questa vita che non è mai abbastanza, che quello che hai non è quello che vuoi.

Che quello che c’è non lo vede, si cura solo di quello che non ha.

Una doccia e via, ultima occhiata allo specchio a fare le prove di sorriso.

Mette su la sua faccia migliore. Il pub farà il resto del lavoro.

Nel vociare del mondo sorride e si diverte. E’ un amicone. Un perfetto uomo da festa.

 

Lei sorride, quasi sempre.

Quando è arrabbiata fa la macchietta, la butta in caciara e nasconde le voci nella testa.

Ride sguaiata con le mani sotto al tavolo per nascondere la confusione che fa sanguinare le dita.

 

Lui sa sempre cosa rispondere, si muove nelle relazioni con fare saccente.

Sguardo fiero, duro. Le braccia conserte a proteggere quello che ha di più fragile.

 

Lei parla poco, osserva gli altri con occhi bene aperti e vigili, pronti a raccogliere ogni sfumatura.

Sembra un rapace pronto all’attacco e poi è solo un pulcino.

 

Se le chiedi “come va?” risponde ” tutto tranquillo”.

Cammina con fare pragmatico, osserva cosa c’è da fare, se c’è bisogno del suo aiuto.

Una pronta all’azione e alla presenza.

Si occupa di altri così non si deve occupare di sé.

 

Certe volte vorrei essere un altro, chiunque altro fuori dalla mia testa

Né simpatico, né tanto alto, quello dell’ultimo banco a destra

Un ricordo qualunque tra facce sbiadite

Qui dentro è un inferno di attese infinite scolpite nel marmo

Né inizio né fine dell’anno

Fuori dalla mia testa le parole hanno spazio per muoversi

E volano via senza rimbombare,

senza riportare né significato né conseguenze

Qui dentro ogni frase è per sempre

Le parole diventano fumo

Un vociare costante che sembra un ronzio,

come dentro un call center

Per curiosità sarei diverso fuori dalla mia testa per fortuna

Lì sembra di camminare senza gravità, come sulla luna

Se c’è una finestra prestamene una, fammi un piacere

Voglio solo buttare uno sguardo, voglio solo vedere, solo vedere…

Per questo mostro la metà di me

Vedi solo la metà di me

Nella mia testa appassiscono i fiori

Senza che il tempo passi mai

Per questo mostro la metà di me

Ma è tutto trascurabile

Così via dicendo qualcosa mi tiene in ostaggio qui dentro

Ed è convincente col tono d’amico fraterno

Lo ascolto da sempre, la prendo sul serio

Sapessimo il tempo che resta sapremmo davvero usarlo meglio

Io fumo prima di dormire così non ricordo i miei sogni al risveglio

Qua dentro è una cella d’isolamento

Il vostro calore non lo sento

E nell’ora d’aria esce giusto un frammento

ma il dieci per cento non basta di certo

Che quando la testa si fa più pesante,

blocca la bocca, le braccia, le gambe

Riuscissi a spiegarla, a parlarle prima che anche tu mi voltassi le spalle

Sarebbe importante

Ma non hai scelta, sta nebbia costante

Da fuori non senti, qui dentro è assordante

Soffro se riesco a mostrarle giusto la metà di me

Nell’ora d’aria esce la metà di me

Nella mia testa appassiscono i fiori

Senza che il tempo passi mai

Per questo mostro la metà di me

Vedi solo la metà di me

Nella mia testa appassiscono i fiori

Senza che il tempo passi mai

Senza che il tempo passi mai

E resta la metà di me

Vedi solo la metà di me

E’ facile, c’è un trucco, o crepi o ce la fai ( American God)

Ho scoperto da poco l’esistenza di un insetto meraviglioso: la psyche casta.

Si tratta di una falena che allo stato di bruco raccoglie pezzetti di varia natura ( legno, fili d’erba secchi, pelucchi, foglie), si costruisce la casa e cerca un posto dove chiudere la porta e fare la muta per volare tranquilla nella sera.

Utilizza quelli che per il resto del mondo non sono altro che scarti e li ricicla per vivere.

A prima vista sembra solo un mucchietto di sporcizia. Invece no.

Quel piccolo bruco si porta in giro un peso enorme per il suo corpicino, eppure lo fa. Perché in fondo: ” è facile, c’è un trucco, o crepi o ce la fai “.

Sta tutto lì: raccogliere quello che la vita ti offre, fosse anche cosa da poco, prendere quello che c’è e farne altro.

Dimenticavo: la psyche casta raccoglie i pezzi offerti dal mondo e li tiene insieme con la seta, che produce da sola. La seta!

Non è incantevole tutto ciò?

 

“Well, sing, sing at the top of your voice
Love without fear in your heart
Feel, feel like you still have a choice
If we all light up we can scare away the dark” ( Passenger)

Tempi moderni

Non si capisce che ora sia, c’è solo buio intorno.

Ci si immaginava di camminare in un bosco, verdeggiante, ombroso, un ristoro dal caldo. Profumo di terra umida e vita che scorre e cresce silenziosa.

Invece.
Improvvisamente i piedi hanno iniziato a restare incollati alla strada, trattenuti da una melma appiccicosa. I passi procedono ma talmente lenti che ci si sente fermi.
Il sentiero pare di colpo più stretto e rami appuntiti graffiano la pelle e trattengono i vestiti. E’ un procedere faticoso e aggrovigliato.
Dall’alto degli alberi si intravede ancora un po’ di luce ma non abbastanza da illuminare tutto quello che c’è intorno. Si va avanti a casaccio e la fatica diventa rabbia e la rabbia urla e siamo in tanti, da ogni parte, anche se non ci vediamo e questo rumore sta diventando assordante. Sono urla sempre più rabbiose che coprono il cinguettio degli uccelli, il passo baldanzoso del tasso e lo scivolare furtivo della volpe.
Nessun colore, a parte il nero melmoso del terreno e il buio pesto delle foglie prive di luce.
E angoscia.
E paura.
E amarezza, per questo viaggio intrapreso da tempo e che sembra portare sempre e solo al punto di partenza, sembra di camminare da un’eternità.
E in effetti…
La strada non è confortevole, per la pelle e per il cuore.
I pensieri si annebbiano e tutto intorno sembrano prevalere solo rabbia e fastidio.
E il bosco si fa palude.
Non riesco più ad andare avanti, voglio fermarmi e riprendere fiato ma ogni volta qualcuno spinge, strattona, urla ancora più forte ad un palmo dal naso.
L’odore di putrido che c’è nell’aria, brucia in gola come gas tossico.
Questo procedere ad ogni costo sembra tanto una gara il cui premio non è altro che un bagno asfissiante nella Gora dell’Eterno Fetore.
Mi arrendo.
A tentoni mi pare di sentire un tronco cavo, enorme. Buio come la notte più scura.
Basta, mi fermo.
Mi rannicchio come a tornare nel ventre della Terra. Non importano lombrichi e formiche.
Chiudo gli occhi e respiro.
L’umido non è più melma, ho trovato un angolo di pace.
Riapro gli occhi e vedo, oltre la strada battuta, uno spiraglio minuscolo e lontano di luce calda.
Chiudo di nuovo gli occhi e respiro.
Mi riguardo intorno e ne trovo altri, son piccoli e lontani ma ci sono.
Devo studiare il modo per superare il sentiero e non restarci di nuovo intrappolata.
Andare oltre.
C’è bisogno di andare oltre la melma e la puzza, attraversarle e superarle.
C’è bisogno di farsi sbattere in faccia rami gelati e pungenti pur di passare di là.
Riprendo fiato, la Gora dell’Eterno Fetore non fa per me.

Tra le foglie

Strade e passaggi a livello.

Sul rettilineo che porta al paese, affiancato da campi di grano e qualche casa sparsa, guida in modalità ” sempre la stessa strada, sempre le stesse buche, gli stessi papaveri, il solito camion che svolta a destra e l’indiano in bicicletta sul ciglio della strada verso il lavoro”.

L’aria è grigia ma non così fresca, occhi e pelle non sono in sintonia in questo maggio travestito da febbraio.
Decelera.
Scala marcia.
La solita colonna di anime in scatola, il solito passaggio a livello. Chiuso.
Stop.
Pensieri leggeri prendono forma in quel punto della testa che sta appena sopra la nuca. Non ci sono parole ma solo immagini, profumi e sensazioni sparse.
———
La sedia di legno rossa, di dimensioni bambine, posta esattamente tra il frigorifero e il termosifone, nella casa dove è  cresciuta, rifugio quotidiano per leggere e ascoltare le chiacchiere, tra fornelli e lavello, della mamma e della sorella.
Le scale per entrare nella casa dei nonni materni, pochi gradini sui quali fare sosta a sgranar pannocchie con nonno Michele.
Il granaio con le nocciole messe a seccare, metterci i piedi sopra e mantenere l’equilibrio, di nascosto da chi si sarebbe infuriato, per il pericolo di rompersi il collo e per lo spreco di gusci rotti.
Il piazzale di cemento nuovo, a casa della vicina, sul quale lanciare acqua con la canna e scivolarci sopra come si fosse al parco giochi visto in televisione, sbattendo contro la recinzione ottenendo quelle che per noi erano le ferite dell’unica guerra ammessa: crescere e ridere facendolo.
I colori all’interno della piccola cartoleria di paese e l’odore della cancelleria nuova, che si rinnova uguale ogni settembre.
Il parco cittadino che profuma di erba appena tagliata e fiori di tiglio, attrezzi da giocoliere buttati alla rinfusa, piedi nudi, giochi di equilibrismo, odore di sigarette, birra calda e pizza nel cartone.
Le mani incontrate, gli abbracci fatti e ricevuti.
I vicoli di Torino e l’aria che alcuni di loro sanno incanalare, tra negozi, botteghe, kebabbari e pizza al taglio. L’odore di caffè che in primavera esce dalle porte a vetri insieme alle coppie sorridenti delle loro pause.
Muri tinti di fresco, l’odore di mobili nuovi, il turchese della tenda del vecchio salotto, che balla sotto l’aria di primavera al quarto piano della mansarda, colorando il mondo interno di fresco e del possibile.
I respiri vicini e le risate di pancia.
Le urla di rabbia, i piatti rotti. 
Le scuse. 
Le ripartenze e i ritorni, l’odore di lavanda e naftalina che hanno con loro.
Un rumore in lontananza si insinua con prepotenza, raggiunge l’orecchio sinistro
” EHI! TUTTO BENE? CI MUOVIAMO?!”
D’improvviso tutta torna, com’è di solito. L’asfalto, i binari, le sbarre aperte, le curve, le case, i vicoli stretti.
Con i ricordi bloccati procede per la solita strada, ad occhi socchiusi, cuore aperto e pensieri sopiti.
Fino al prossimo passaggio a livello.
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” Mi accorgerò di aver sottovalutato i miei sospiri

per sentirmi un po’ più adatto a questa gente… “

 

 

Aria, vento e cambiamenti

Ci sono cose che realizziamo solo quando cambiano stato, eppure sono sempre state lì sotto i nostri occhi, tra le nostre mani. Con quel cambio di rotta incrinano il nostro camminare e si fanno vedere.
A volte a carezza.
Altre a schiaffo.
Siamo circondati dall’aria ma la percepiamo solo quando diventa vento.
Leggero, quasi impercettibile oppure burrascoso e incontenibile.
Solo in quel momento si fa sentire e ci accorgiamo che c’è altro che si muove con noi.
Ho un rapporto strano con il vento: mi affascina e mi inquieta insieme.
Adoro sentire sulla pelle l’aria che corre e muove le foglie e i fiori, capace di sollevare aquiloni, di far danzare tutto quello che è leggero e aspetta solo una piccola spinta per alzarsi da terra e viaggiare in libertà.
Con quel vento riesci a respirare anche il profumo della peonia, delle rose, dell’erba tagliata di fresco, senza bisogno di andarci vicino col naso. Quei profumi, incantevoli e deliziosi, son sempre stati lì ma quel venticello te li porta in mano, come un dono.
Poi c’è il temporale d’aria, che sposta in un attimo le nuvole e le fa diventare scure cambiando repentinamente la luce sul mondo intorno. Sbatte le persiane e fischia tra le tegole. Gli alberi si piegano e a volte si spezzano. Tutto si ribalta come si potrebbe fare con la tavola alla fine di un pranzo fastidioso: alza di scatto la tovaglia, con noncuranza e rabbia rompendo piatti e bicchieri, buttando a terra gli avanzi di un cibo non gradito.
In un attimo ti salta in faccia tutto quello che c’è sempre stato e che non volevi vedere, tutte le tue paure bambine saltano fuori come dalle scatole a molla di un tempo, quelle con un pupazzo all’interno che doveva divertire e invece a me hanno sempre solo fatto paura.
Eppure anche quel vento rabbioso serve.
A liberare più in fretta il cielo e riportarlo all’azzurro, a far saltar fuori le magagne del mondo intorno e cercarne una cura.
Che spazzi con rabbia o delicatezza il vento trasporta altrove, fa muovere cose e pensieri, sensazioni e petali dei fiori.
Allora, se con certi venti mi chiuderei sotto al letto con le mani sulle orecchie, sto imparando ad apprezzare l’aria in faccia e prima o poi si potrà pensare di aprire le braccia controvento e prendere la mia personalissima direzione.
Sappi che tutte le strade, anche le più sole
hanno un vento che le accompagna

e che il gomitolo, forse
non ha voluto diventar maglione

che preferisco non imparare la rotta
per ricordarmi il mare ( P.M. Giovannone )