Mia

Ha pensieri leggeri come nuvole.
Non ha risposte ma le domande sono colorate come i fiori dei campi
Cammina leggera e ciondolante, come fosse in equilibrio su un filo da acrobata.
Non ha mezze misure
Quando ride chiude gli occhi e porta la testa all’indietro
Quando piange si abbassa tutta, dalla testa alle ginocchia.
Ha palloncini come sogni
Capelli arruffati e legati a codini..
diversi tra loro ma con lo stesso intento di raggiungere le nuvole.

Ama i fiori di campo, selvatici e mischiati,

ma non li raccoglie, li annusa e accarezza prendendone il buono.

Spesso resta ferma, a muso in su a guardar le nuvole e di notte, a guardar la luna.
E’ piccola e sa poche cose ma ha capito che c’è sempre qualcosa di unico in ogni elemento, anche quando le cose sembrano uguali.
Non va dritta, mai.
E se la strada lo è, lei la fa a zig zag e a saltelli.
Ha occhi pensierosi per raccogliere l’incanto
e una testa grande per contenerlo.

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Un bicchiere e nulla più…

Immobile, seduto sul ripiano sopra al lavandino

osservo il mondo intorno, fatto di sguardi, piccoli gesti, parole urlate, sussurrate,

a volte solo pensate.

Finita la cena

Sono sempre l’ultimo a lasciare la tavola,

in attesa perenne di labbra assetate.

Di umore pieno tanto quanto richiesto da chi mi prende.

Spesso, vuoto, giaccio a testa in giù, a svuotarmi completamente.

Pronto ad ogni richiamo, rapito da mani avide che svelte prendono da me ciò che serve,

per poi posarmi lì, ad attendere.

A volte osservo occhi colmi d’amore e mani intrecciate.

Altre resto solo, nel silenzio della notte, a vegliare sogni altrui.

Mani bambine mi rapiscono e con una giravolta mi svuotano, sento le loro urla e risate nel caldo dei pomeriggi estivi.

Dita incerte mi tengono stretto nelle notti d’inverno e posso sentire acqua salata che mi tocca i bordi, che si mischia al ristoro caldo che contengo.

Sostengo, con partecipazione, l’umore di chi mi circonda.

Quasi me ne nutro, pronto a restituire quanto concesso.

So contenere la trasparenza più candida e neutrale, trattenere il rosso rubino o il giallo del grano e del sole.

Tengo stretta la dolcezza  e l’amarezza con la stessa forza, dando loro uguale importanza.

Non importa come sono fatto, il mio aspetto.

Importa sempre e solo come vengo percepito

Se mezzo pieno

O mezzo vuoto.

 

pensieri alla frutta

Merenda.

Ho voglia di una mela.

Incido la polpa con il coltello rosso. Appena prima di togliere la buccia mi ritrovo a tentare di ricomporla. Mettere insieme le due metà, appoggiandole al piano freddo della cucina.

Fetta contro fetta, con le dita a tenerle insieme ma appena allento la presa cade e si riapre, non stanno insieme.

Una volta tagliata tale resta.

Quando non è intera, così rimane. Tocca mangiarla. O farne una torta. Che sarà buonissima e darà dolcezza alle labbra.

Ma la mela sarà tagliata.

Sarà anche per questo che alle mele preferisco i lamponi: son piccoli e difficilmente divisibili.

Non hanno mezze misure: o si spappolano o sono interi.

Di fuoco e acqua, vento e rabbia

Fuoco che scalda,
nelle notti d’inverno.
Fuoco che cuoce
cibo per animi affamati.
Fuoco di passione
che unisce chi perdendosi s’incontra.
Acqua che disseta
bocche accaldate.
Acqua che lava
un mondo sporco.
Acqua che culla con il suo ondeggiare
corpi bisognosi di calma.
Vento che muove foglie e semi
portando in giro la vita
Vento che gonfia le vele
per continuare il cammino
Vento che scompiglia capelli
e smuove idee nuove.
Come una danza sinuosa
gli elementi si combinano
e per magia tutto scorre,
si genera e rigenera.

e poi
arriva l’uomo.

 

Non ho foto per farvi vedere cosa sta succedendo in queste valli, ma se su internet cercate “Valle di Susa/Piemonte/incendi” potete vedere l’entità dell’idiozia umana, questa non è la prima e temo non sarà nemmeno l’ultima idiozia che siamo in grado di fare.

L’essere umano è molto “essere” e poco “umano”.

la sedia

… resto qua.

In un angolo.

A chiedere se è solo questo il mio ruolo: fare da gradino per arrivare più in alto, sorreggere culi pronti al cibo.

Una maglioncino avvolge il mio schienale, solo per metà. Scivola di lato. Ho spalle troppo strette per sostenerlo.

Panni usati ai miei piedi. Silenzio intorno.

A volte sono scaldata da coperte appena lavate, profumano di lavanda e vaniglia. Ma restano il poco che serve per essere sistemate in altre stanze, più adatte ad una coperta. Luoghi di calore e sogni, di carezze e compagnia.

E io resto qui.

A ricordare l’unica volta che ho fatto da altare ad un amore improvviso, dirompente, semplice e spudorato, dolce e passionale. Tengo stretta la sensazione delle mie gambe che tremano e gioiscono sotto il peso di quell’improvviso uragano, passato per questa stanza a luce spenta. Lo so io cosa è successo. Nessun’altro.

E resto qua, con quel ricordo impresso nel legno dello schienale ad aspettare che ci sia una cena e sperare che sia almeno un millesimo dolce e profumata come quell’istante.

 

Ho letto tempo fa questo racconto di Paolo e in questi giorni sono uscite, di getto queste righe. Altri hanno scritto il loro modo di vedere e vivere quella sedia. Questo è il mio.

di fotografia e non solo…

Mi sono iscritta ad un corso.
Un corso di fotografia.
E’ stato faticoso uscire di casa alle 20, percorrere questi 50 chilometri e rientrare dopo mezzanotte.
E’ stato faticoso ma ne è valsa la pena.
Si sta per concludere e mi dispiace.
Tra le altre cose, mi dispiace perché è stata la prima volta, dopo anni, che ho fatto qualcosa per me, per il mio tempo, il mio personale mondo e modo d’essere. E mi mancherà uscire di casa, con regolarità, per me stessa.

Ma resta incollato quello che ho imparato, che ho capito.

Ho imparato cosa vuol dire comporre un’immagine. Scegliere il soggetto e decidere dove collocarlo, per dargli la giusta importanza.
Ho imparato che lo stesso paesaggio, lo stesso particolare, cambiano in base a chi sei, come sei e dove ti metti. Anche quando sembrano uguali in realtà non lo sono.
Ho imparato ad accogliere la luce, anche quando fa bruciare gli occhi: quello sforzo può dare risultati meravigliosi e interessanti.
Ho imparato che quando uno scatto non è come vorresti, puoi modificarlo e lavorarci, tentando di arrivare a quello che volevi dire in realtà. Che tornare sulle cose in un secondo momento vuol dire guardarle con occhi nuovi e dare loro una vita differente e non necessariamente prendersi gioco di chi guarda, che quello che ne viene fuori è sempre un tuo, personale, modo di osservare il mondo.

Ho imparato che si può andare in mezzo a gente sconosciuta senza perdere il fiato, o comunque senza sentirsi fuori luogo, forse anche perché te lo sei scelto, quel luogo.

Ho imparato ( anche se già lo sapevo) che sono una fottuta impaziente, che troppo spesso mi muovo con la smania di fare, quando basta fermarsi, respirare e attendere e se lo scatto giusto per te deve arrivare, arriverà.

Altrimenti pazienza o meglio ancora…. Sticazzi.

 

Mi piace sparpagliare le cose e condividere quello che trovo… e in questo tempo ho trovato un scuola e un prof, davvero niente male. Date un’occhiata e ditemi se non ho ragione!

http://www.centrovisual.it/corsi-fotografia-torino

https://www.facebook.com/davidegig

 

 

 

 

piedi a righe e a pois.

C’è stato un tempo in cui i calzini li comprava mia madre, la scelta era dettata dall’ordine e dalla praticità: di cotone per la primavera, caldo cotone per l’autunno/inverno, di spugna per lo sport, calzettoni per le camminate in montagna. In genere erano bianchi o blu, raramente passavano per il nero o il grigio. Ho sempre avuto anche una vasta scelta di calze da casa, fatte ai ferri da mia nonna, con i rimasugli della sua lana quindi in tutte le sfumature di marrone e verde, colori perfetti di una nonnina delle castagne com’era lei.

I piedi si tengono al caldo, non andare in giro con le calze rovinate, questi i pensieri principali. E io tenevo i piedi in scarpe da ginnastica alte, le calze nemmeno si vedevano e poco importava.

Poi ho iniziato a sceglierle.

Mi sbizzarrivo soprattutto con quelle da casa: colorate, morbide, con i gommini sotto, con la mezza suola per non scivolare, ne ho anche comprate con le dita separate, solo perché mi faceva ridere l’idea. Nella realtà non facevano affatto ridere una volta nei piedi e son durate poco.

Poi è partito l’amore: con i piedi calpesto la strada e liberi o chiusi in scarponi non importava ” con piedi allegri vai dove vuoi” mi dicevo. Così ho iniziato a cercarle colorate, coloratissime, difficilmente a tinta unita.

A righe, a pois, con frutta disegnata e animali fantastici.

Ancora oggi ho pochissime calze che possono essere definite “serie”, ci prova ogni tanto mia sorella che tenta di rifornire il mio armadio di qualcosa di portabile in caso di necessità ( quale sia non si sa bene) e mi arrendo ( non sempre) di fronte a quelle da tenere negli scarponi da montagna, non so perché ma quelli difficilmente sono fantasiosi.

Quando iniziano a non reggere più il peso del loro lavoro faccio fatica a buttarle: alcuni son diventati guanti per le mani ( togliendo la parte del piede), ” manicotti” li chiamo io. Altre son diventate pupazzi per mio figlio o i figli di amici. A volte diventano “sacchetti porta cosa vuoi” per Mini, utili quando era più piccolo per uscire con almeno un paio di macchinine o omini del Lego.

Una cosa non riesco a  fare: accoppiarle. E’ una cosa per me difficilissima, non mi piace e le metto alla rinfusa nel cassetto, spesso ne perdo una e non posso dare la colpa SOLO alla lavatrice. Per questo ho iniziato a metterle “come capita”.

Se non sono fatte per stare insieme mica posso buttarne una o aspettare che l’altra torni a casa lasciandole prendere polvere nel cesto della biancheria. Allora la uso lo stesso. Quindi mi ritrovo con un piede a righe e l’altro con pois, uno sulle tinte del verde e l’altro quelle del viola. Cerco di metterle della stessa altezza, per non fare distinzione tra i polpacci ( anche loro, poveretti, non è che possono subire le scelte di fuga altrui).

Se una si perde per strada, l’altra continua a fare i suoi passi e credo sia giusto così.

Anche per questo ho iniziato a prenderle spaiate già dal negozio e sono parecchio soddisfatta: non sempre chi è nato a coppia deve restare lì e non sempre chi è differente non sta bene insieme.

… la adoro…

Di giorni sì, di giorni no e di giorni forse

Ci sono mattine leggere, dall’aria fresca e propositiva.

Il sorriso arriva semplice e semplicemente si vive l’intero tempo di una giornata.

Sono le giornate , non così frequenti ma prepotenti

che fanno alzare la schiena e la testa verso mondi possibili

che fanno muovere i piedi in saltelli bambini.

I giorni sono come dei punti esclamativi: partono dalla base e saltano verso il cielo.

Ci sono pomeriggi frenetici

l’unico pensiero è arrivare a sera,

senza troppi graffi sullo stomaco e le guance asciutte.

Momenti che ad ogni passo le spalle s’incurvano verso la terra e gli occhi si chinano di fronte al peso dell’aria.

I giorni no sono come il punto: fermi, inchiodati.

E poi

Poi ci sono giornate di dubbi, di parole monosillabiche che cascano nel vuoto come il fumo della sigaretta.

Giornate di nebbia e vento che scompiglia capelli e pensieri.

Di chissà, magari, ma?, eh?, se avessi, se fossi….

I giorni forse sono come una linea obliqua sulla quale funambulare con attenzione e fiato trattenuto

a volte in salita, altre in discesa.

Il mio tempo è come un quaderno a quadretti sbiaditi, scarabocchiato in ogni angolo, spiegazzato a volte maltrattato ma sicuramente vissuto.

non so…

… seguire le ricette,

dovrei disegnare una strada sul ripiano della cucina.

Non so camminare a testa alta,

dovrei alleggerire i pensieri.

Non so parlare lentamente,

dovrei cercare parole più lunghe e lasciare uscire i sospiri.

Non so ascoltare musica senza far finta di suonare uno strumento immaginario,

dovrei costruirlo per davvero.

Non so stare alla finestra senza immaginare un arrivo,

dovrei iniziare a stare di fronte alla porta dell’armadio.

Non so bere acqua gasata senza che mi vada di traverso,

dovrei imparare a respirare dalle orecchie o a bere con le mani.

Non so guardare una crepa nel muro senza immaginarne la continuazione,

dovrei… dovrei

o forse anche no.

 

Forse è così,

io vivo fuori tempo,

è vero ciò che sento sotto pelle,

è come una costante sensazione di mancata appartenenza

che suona e vedo le tue mani allontanarsi alla deriva delle

 

cose che non ho,

cose che non avrei potuto avere mai,

e cose che non so,

le cose che non ho

son ciò che sono e non chiedono scusa

 

cose che non ho,

cose che non avrei potuto avere mai,

e cose che non so,

le cose che non ho

guardale a fondo, non cerco una scusa

 

Forse è perché sorrido fuori tempo,

non riesco ad adattarmi e galleggiare,

perso dentro guai di cui non provo neanche più a trovare un senso,

ti cerco e vedo le tue mani allontanarsi alla deriva delle

 

cose che non ho,

cose che non avrei potuto avere mai,

e cose che non so,

le cose che non ho

son ciò che sono e non chiedono scusa

(Subsonica)