Di incontri, attese e liberazioni.

Due composti diversi che si uniscono e generano un effetto su tutto ciò che toccano.

La mescolanza rende sensibili.

C’è il contatto di superfici differenti, luce e ombra si uniscono in mille sfumature.

Il contatto unisce e accentua la differenze valorizzandole.

C’è l’attesa sotto il sole, che sia forte d’agosto o debole di ottobre poco importa, quell’energia vitale in ogni caso smuove e scalda.

L’attesa impreziosisce il risultato, è respiro trattenuto e cuore aperto a ciò che accadrà senza saperne con precisione il risultato.

C’è l’acqua che scorre e toglie il superfluo facendo scoprire il risultato.

Togliere il superfluo è fondamentale per lasciare spazio a ciò che di più intimo e reale si nasconde.

Resta un’impressione, forse non la verità assoluta ma certamente un’immagine che molto si avvicina all’essenziale delle cose e il loro nascere dal contrasto tra luce e ombra.

 

 

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Dedicata…

Sono il bicchiere d’acqua tiepida in estate
sono la nuvola che marca pioggia
sono il vento improvviso che scompiglia i capelli.
Sono il moscerino ad altezza orecchio
e la goccia di sudore in punta di naso
Sono il pensiero improvviso
come una caramella da poco
da scartare veloce e buttare in gola senza assaporarla
Sono un lampione con la lampadina sbagliata
un disegno colorato fuori dai bordi
una maglietta bucata nel bel mezzo del disegno
la sigaretta rotta
la bottiglia di birra calda
sono la coperta corta
sono la risata sguaiata
sono una canzone liberatoria leggermente stonata
il campo di grano colpito dalla grandine
l’erba alta difficile da calpestare
sono quello che vorresti
ma che mai trattieni
Sono l’attesa
l’arrivo in sordina
sono un saluto a mano aperta al di là di un vetro sporco
Sono la lama poco affilata
Di un coltello lasciato nell’orto
Che sporca, graffia ma non ti farà mai torto.

 

Visceralmente ispirata da questa…

… di finzione e protezione…

Ci sono facce di legno. Immobili, sempre uguali a se stesse. Sembrano naturali, come il legno sa essere ma qualcosa sembra costretto lì sotto, i sorrisi son sempre simili a quelli di un libro di disegno, lo sguardo si sposta di lenti e impercettibili movimenti  e anche ad avvicinarti rischi scaglie a fior di pelle.

Ci sono facce di latta, lucida e sottile. Quello che vedi è solo un riflesso ma non come con gli specchi. Quando le guardi non vedi te stesso ma solo qualcosa che ti assomiglia o qualcosa che vorresti vedere ma che resta confuso. A lungo andare rischiano ammaccature ma ben nascosti dietro quella pellicola tagliente non si accorgono che sta crollando tutto e insistono nella pantomima, cambiando al massimo interlocutore.

Ci sono facce di nebbia, tutto ciò che le circonda sembra poco chiaro ma non essendo un vero e proprio fumo non ne percepisci immediatamente il fastidio. Non vedi gli occhi, non vedi la bocca. Potrebbero ridere facendo rumore mentre tentano di fulminarti con lo sguardo e nemmeno te ne accorgeresti. E quando ti avvicini troppo e stai per scoprire l’inganno… PUF… svaniscono come un incantesimo.

Ci sono facce di vetro, puoi vedere quello che passa sottopelle. Impossibile mimetizzare le emozioni, belle o brutte che siano. Hanno occhi che ridono, bocche che piangono e naso che si stringe ad ogni odore fastidioso.  A volte possono sembrare opache per tutto ciò che ha sporcato i pensieri ma il sotto si percepisce, anche nel silenzio di uno sguardo. Le facce di vetro hanno spesso mani irrequiete che le stropicciano, aumentando il passaggio dei pensieri.

Il vetro non copre, non nasconde, caso mai è un tentativo di protezione e spesso, quando si rompe lo fa dall’interno.

 

 

Di rabbia condivisa e toppe da mettere.

Sono distratta e maldestra e negli anni non conto più quante cose mi si sono rotte tra le mani.

Alcune tazze le ho incollate e ne ho fatto dei vasetti, lo stesso con dei bicchieri. I piatti spesso son diventati passaggi leggeri in mezzo al giardino.

Mi taglio e mi faccio male in continuazione, fortunatamente nulla che un po’ di disinfettante e un cerotto, oppure un po’ di pomata all’arnica, non possano rimettere in sesto.

Quando Mini rompe qualcosa, giochi, quaderni, libri, ogni volta è una sfida ma in un modo o nell’altro i pezzi insieme li rimettiamo. Questo piccolo cavaliere Jedi ha un armadio di pantaloni con toppe alle ginocchia. A volte di toppe sulle toppe, perché fin dalla più tenera età siamo recidivi a cadute, scivolate e sfregamenti a terra, nonostante il dolore, perché impariamo che un ginocchio sbucciato non causa la morte di per sé.

Ma con un cuore rotto? Come si fa?

Ti sembra di avere un pulcino tra le mani, tremante e spaventato e nessuna parola buona può alleviare il dolore.

E’ straziante perché il tuo è già passato per quelle strade molte volte… ed è una sensazione che conosci bene.

E’ morto mille volte almeno, il mio cuore. Ha vissuto addirittura morendo, covando la morte in sè,

se l’è tenuta attaccata, ben stretta, senza distinguerla, ed è morto cento volte al giorno.

E’ la vita… ma è certo, non si muore tutte le mattine, si muore una volta sola. ( Vinicio C.)

Sai che non morirà, resterà ammaccato ma ricomincerà a pulsare, ne sei sicura.                  (esattamente come le ginocchia e i pantaloni di cui sopra)

Intanto quel dolore fa male come se in parte fosse tuo.

Se ci pensi bene almeno un pezzetto lo è.

Se quel cuore si sente rotto, se quello stomaco piange, se quella testa ora è piena di pensieri incontrollati e melmosi forse un briciolo di responsabilità è anche tua.

Che non hai ascoltato le tue sensazioni quando ti sembrava di avere di fianco le persone sbagliate (per te), quando non hai insistito, per colpa di un vaffanculo ben assestato che poteva raggiungerti, nel cercare di capire e sostenere nel modo giusto chi rischiava di farsi male, quando hai pensato di non essere abbastanza forte per intervenire e farti scudo. Quando semplicemente hai pensato di essere tu quella sbagliata.

Allora riprendi in mano le altre sensazioni, le migliori che hai avuto insieme a quelle più scure, che non ti hanno mai abbandonata e che ora vuoi rivolgere a chi hai sempre percepito essere un animo buono e da sostenere, anche quando stava dall’altra parte del mondo.

Bisogna usare quella rabbia che ti ritrovi tra le mani, accartocciarla  e farne altro, tipo uno zaino, una borsa di stoffa colorata o un cesto di vimini, per portarsi in giro un po’ del dolore dell’altro, senza sconti.

“Te ne prendo un pezzo e tu avrai il tempo necessario a digerirlo poco per volta e mentre lo porto con me tu lo guarderai da più lontano e darai a quel dolore il colore e l’importanza che merita. Non troppa e nemmeno troppo poca. Il giusto, per masticarlo e scartarlo. Mi metto al tuo fianco ( e so per certo non essere la sola) come Sancho Panza con Don Chisciotte, fosse anche a cavalcioni di un opossum, non importa”

Un cuore rotto, in fondo non si ripara. Forse perché non è davvero rotto ma solo ammaccato, lussato, graffiato. Brucia così tanto proprio perché funziona ancora e molto bene.

Mi sa che questo devono fare gli amici: aiutare a prendere quello che c’è per  farne altro, ogni volta, in ogni situazione e ancora di più nei momenti difficili.

Un cuore rotto si può solo rattoppare. Non torna quello di prima, cambia aspetto e non è detto sia un male.

Bisogna trovare le toppe giuste, che siano colorate e divertenti. Che lascino spazio alle ferite per guarire, senza ostruire il passaggio ai batteri, che si secchino sulla strada verso l’uscita, com’è giusto che sia.

Toppe che siano meraviglia e degne di nota, in quanto uniche e splendenti.

” Forza Tati, tira fuori ago e filo, presto!”.

 

 

quello che posso…

Della strada fatta,

ti lascio la polvere sotto le scarpe, i muretti accarezzati in punta di dita, il profumo dell’erba e il colore dei lampioni nelle notti d’estate.  L’aria raccolta dal finestrino della macchina e i piedi nudi sul cruscotto.

ti regalo uno zaino di testardaggine nel lottare per ciò in cui credi, scatole e scatole di incontri inaspettati e importanti, di emozioni forti che segnano la pelle del cuore, nel bene e nel male. E la voglia di averne ancora, nel bene e nel male, sempre.

Dei miei giorni,

ti lascio il profumo del caffè, l’odore di legna per l’inverno e quello dell’erba appena tagliata per l’estate. Lettere scritte e sussurrate, musica cantata a squarciagola, ballata e negata.

Dei miei sogni,

puoi tenerti i colori, in mille forme e sfumature per dare un senso alla solitudine, forbici e  taglierini per limare e dare la forma che vuoi al tuo mondo.

Ci sono gomitoli e pezzi di stoffa, bottoni, aghi e fili diversi, per intrecciare e assemblare il costume che meglio preferisci.

Ti lascio anche un barattolo di parole nuove, mai usate. Fanne ciò che vuoi, insieme a quelle sperate e mai arrivate. Prendi pure tutto, anche le paure, la noia e il fastidio.

Trovi tutto di me, in ogni finestra di casa, ogni piastrella del pavimento in ogni singolo granello di polvere e in ogni filo d’erba e di erbaccia del giardino.

Se ti va di cercare, di me, trovi tutto.

E tutto il mio contrario.

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Let’s not forget these early days
Remember we begin the same
We lose our way in fear and pain
Oh joy begin
Oh joy begin… (DMB)

Togliere

Si parte da uno spazio liscio e tutto uguale.

Ad ogni passo un solco, in ogni esperienza un segno. Da vicino sono solo linee sconnesse, cicatrici bizzarre e senza un senso apparente.

Bisogna imparare ad immaginare un obiettivo.

Per anni hai aggiunto, con colpi di matita più o meno precise, con colori e pennelli. Hai tentato di costruire il tuo quadro, il tuo disegno.

Cercando elementi in giro che colmassero quel vuoto nell’angolo, che rendessero speciale il centro. Hai cercato all’esterno qualcosa che riempisse, qualcosa con cui fare da specchio l’idea che avevi in testa.

Poi d’improvviso qualcosa si modifica: togliere, portare via il superfluo. Non con rabbia e impulso distruttivo ma con calma e attenzione.

Togliere quel di più che nasconde l’immagine che hai in testa, con mano consapevole.

Allora quei solchi non sono ferite ma strade, non sono mancanze ma esperienze fatte e di cui far tesoro.

A volte bisogna togliere per dare il giusto risalto all’immagine che si nasconde, per portare alla luce quello che hai nella testa.

A volte ciò che sta nel centro è la somma di tutto quanto sta intorno ed è lì che bisogna lavorare.

 

  
We're born with millions of little lights shining in our hearts
And they die along the way
Till we're old and we're cold
And lying in the dark
Cos they'll all burn out one day
They'll all burn out one day
They'll all burn out one day
They'll all burn out one day ( Passenger)


Alex e Aidi

Siamo la somma di tutto quello che abbiamo visto e vissuto.
Più un po’ di speranze, sogni sparsi, ricordi e mancanze.
Siamo fatti di abbracci dati e addii subiti.

Nelle mie vene scorre un sangue di collina, di curve a gomito, di campi in discesa, di boschi e muretti a secco, di nocciole e castagni.

A questo s’è mischiato lo sguardo di pianura, che guarda l’orizzonte e non trova ostacoli cercando nuovi appigli su cui fermarsi.

S’è aggiunto col tempo il profumo delle montagne in estate, il canto dei torrenti impetuosi, l’odore della pietra calda sotto il sole di agosto e quello dei prati dopo il temporale.

Poi ci sono le persone, quelle dell’infanzia, quelle lontane e quelle del quotidiano.

E quelle perse.

E’ una storia qualunque, di persone normali.

E’ una storia di amicizia e affetto, di parole urlate e pensieri nascosti.

Lei, incasinata come solo un’adolescente con l’inclinazione al melodramma può essere con la tendenza a camminare a testa china.

Lui, che non dice mai una parola di troppo e gira il mondo con sguardo dritto e mento alto, con passo deciso le fa da argine.

Perde il suo tempo dietro ai pensieri di lei, ai suoi turbamenti, al suo sentirsi sbagliata e sempre fuori luogo. L’accoglie e raccoglie tante volte che non le si può contare.

Ogni cosa per lei è emozione, forte, incontrollabile ed esplosiva. Lui le prende una per una, dalle risate alle lacrime, facendola sentire giusta. Si preoccupa delle emozioni di lei e raramente tira fuori le sue. Eppure in quegli occhi lei riconosce un animo attento, silenziosamente emotivo, spesso turbato. Lo crede una persona rara, un temperamento da uomo maturo ma capace di stupidera inaudita. Ha la capacità di farla ridere, molto, in modo semplice e inaspettato.

Poi basta. Finito tutto, chiuso tutto. Le strade prendono curve e paesaggi diversi, tanto. Troppo.

C’è ancora stata una sera, dopo parecchi anni da quell’addio senza voce, in cui l’aria sembrava la stessa di quando chiacchieravano, la sera, sulla panca in cortile, guardando il cielo e imprecando alla terra.

Finita la serata di lavoro al locale del paese, è stata incastrata ad una serata in discoteca, che per lei era, ed è, come lanciare il diavolo in una vasca d’acqua santa. Lui, passato casualmente in una serata solitaria tra quel bancone e quei tavolini ha lasciato uscire con estrema semplicità un: ” dai, vengo anche io” ; immediatamente le spalle di lei si sono sciolte, i polmoni hanno ripreso a respirare e il suo cuore s’è sentito a casa.

L’ultima volta che si sono tenuti per mano.

L’ultima volta che lui s’è fatto argine per lei, che s’è fatto appoggio e sostegno.

L’ultima volta che i loro occhi hanno riso insieme. Poi il vuoto.

Da quella sera c’è una specie di orologio sottopelle, che con una scadenza tutta sua fa scattare la molla del cucù e i pensieri di lei si aggrovigliano intorno a quegli occhi e a quel sorriso. Domande senza risposta, se e ma inutili scavano solchi come letti di fiumi in secca. Sente chiaro e nitido un CLACK dietro la nuca, all’altezza del cervelletto, come avesse qualcosa di appollaiato proprio lì e che lentamente scende in gola. Passa qualche giorno con quel cuculo in pieno petto, poi rientra e si richiude per un altro po’ di tempo.

A volte resta fermo per un tempo abbastanza lungo da farle pensare ” ok, è andata, passata“. Altre basta un profumo, un incrociarsi per strada e la molla riscatta, ripartono i pensieri, i se, i ma,  i chissà. In genere in modo molto sottile, impercettibile, facilmente dissimulabile a chiunque.

Una volta soltanto, dopo anni di vite diverse, apparentemente strutturate altrove, quel meccanismo s’è inceppato: è esploso come una deflagrazione, strappando carne e fiato, nessun avviso o cenno di cedimento. Improvvisamente l’inferno nella testa.

E’ stato come vedere un torrente di montagna in preda al temporale più minaccioso, quando non azzarderesti mai a stargli accanto o sul ponticello che lo attraversa.

E’ stata dirompente, in un battito di ciglia ha perso il controllo, non ricorda con precisione le parole che sono uscite ma sa di avere detto tutto, tutto quello che per anni ha solo pensato esclusivamente tra i suoi pensieri, sentendosi come sempre tremendamente sciocca. Ha iniziato a piangere, imprecare, a chiedere scusa e umiliarsi.

Lui, fisso in piedi davanti a lei, la guardava dritta negli occhi, in volto nessun sorriso ma un ghigno compiacente. Uno sguardo duro e divertito.

Dopo quella scenetta, il nulla.

Nulla che non siano racconti di chi con lui ha ancora a che fare. Sembra diverso, freddo. Al solo pensiero le si gela il cuore  ripensando all’ultima volta che ha visto quegli occhi. Le si spezza il fiato e non riesce a credere sia possibile.

Si cambia, questo è certo, la vita ci mette di fronte a delle scelte e lui, a quanto pare, ha scelto di vivere in linea retta. Niente curve, niente discese, nessun passeggiare in bilico sui muretti ma nel centro perfetto della strada, senza mai spostare lo sguardo da quel punto che s’è piazzato di fronte. E’ come se avesse deciso di chiudere con chirurgica precisione ogni possibile fuoriuscita di emozioni e sentimenti non necessariamente utile al trascorrere dei giorni e al quieto vivere nel mondo.

Anche lei è cambiata, ha fatto il suo buon numero di casini ma ha imparato l’arte del non farne necessariamente un dramma. Continua a lasciare uscire emozioni e sentimenti come palline di un flipper impazzito ed è proprio grazie a quelle che non trova un punto fermo verso il quale andare. La testa continua a ciondolare in tutte le direzioni, con occhi ben aperti e pronti a raccogliere ogni sfumatura, si lascia distrarre e un punto fermo in fronte non ce l’ha

Ha sempre quel ticchettio di sottofondo che si ripresenta ogni tanto ma non è più nostalgia, non è stare ancorati al passato… è provare dispiacere per un cuore buono al quale non ha saputo e potuto stare accanto, è un dolore sordo che buca il petto nel pensare che quegli occhi abbiano cambiato luce.

E’ la paura di ammettere che forse quegli occhi non siano mai stati come li ha visti lei e che i suoi ricordi si stiano prendendo gioco di quell’orologio a cucù che ha nel petto.

stringi il petto e nascondi i pensieri….

Di autunno e giorni corti.

Costruisco pensieri di lana cotta
per scaldare l’autunno e fare il paio con i colori che ha
Intreccio la noia con la consapevolezza
per farne coperte che siano riparo
Mischio stanchezza e stupore a gioia e malinconia
per colorare quaderni e fogli sparsi
Raccolgo petali di stoffa e li lancio alla rinfusa
per camminare sui sogni infranti
Cucio bottoni sul ferro usando rami secchi
Mastico bonbon fatti di terra e vetro facendone bolle
Sono il buffone di una corte che non c’è
Sono lo gnomo nascosto nell’erba
Sono il clown bianco e l’Augusto
me ne vanto e me ne vergogno insieme.

… se non si divide il buio

si tradira’ sempre la luce (V.Capossela)

http://www.youtube.com/watch?v=6eT_IuQq7TM

Quello che si vede…

Lui torna a casa la sera, ad ogni gradino un sospiro.

Ne ha quarantadue prima di aprire la porta e fare quello più grande.

Buttare fuori la noia e la stanchezza per questa vita che non è mai abbastanza, che quello che hai non è quello che vuoi.

Che quello che c’è non lo vede, si cura solo di quello che non ha.

Una doccia e via, ultima occhiata allo specchio a fare le prove di sorriso.

Mette su la sua faccia migliore. Il pub farà il resto del lavoro.

Nel vociare del mondo sorride e si diverte. E’ un amicone. Un perfetto uomo da festa.

 

Lei sorride, quasi sempre.

Quando è arrabbiata fa la macchietta, la butta in caciara e nasconde le voci nella testa.

Ride sguaiata con le mani sotto al tavolo per nascondere la confusione che fa sanguinare le dita.

 

Lui sa sempre cosa rispondere, si muove nelle relazioni con fare saccente.

Sguardo fiero, duro. Le braccia conserte a proteggere quello che ha di più fragile.

 

Lei parla poco, osserva gli altri con occhi bene aperti e vigili, pronti a raccogliere ogni sfumatura.

Sembra un rapace pronto all’attacco e poi è solo un pulcino.

 

Se le chiedi “come va?” risponde ” tutto tranquillo”.

Cammina con fare pragmatico, osserva cosa c’è da fare, se c’è bisogno del suo aiuto.

Una pronta all’azione e alla presenza.

Si occupa di altri così non si deve occupare di sé.

 

Certe volte vorrei essere un altro, chiunque altro fuori dalla mia testa

Né simpatico, né tanto alto, quello dell’ultimo banco a destra

Un ricordo qualunque tra facce sbiadite

Qui dentro è un inferno di attese infinite scolpite nel marmo

Né inizio né fine dell’anno

Fuori dalla mia testa le parole hanno spazio per muoversi

E volano via senza rimbombare,

senza riportare né significato né conseguenze

Qui dentro ogni frase è per sempre

Le parole diventano fumo

Un vociare costante che sembra un ronzio,

come dentro un call center

Per curiosità sarei diverso fuori dalla mia testa per fortuna

Lì sembra di camminare senza gravità, come sulla luna

Se c’è una finestra prestamene una, fammi un piacere

Voglio solo buttare uno sguardo, voglio solo vedere, solo vedere…

Per questo mostro la metà di me

Vedi solo la metà di me

Nella mia testa appassiscono i fiori

Senza che il tempo passi mai

Per questo mostro la metà di me

Ma è tutto trascurabile

Così via dicendo qualcosa mi tiene in ostaggio qui dentro

Ed è convincente col tono d’amico fraterno

Lo ascolto da sempre, la prendo sul serio

Sapessimo il tempo che resta sapremmo davvero usarlo meglio

Io fumo prima di dormire così non ricordo i miei sogni al risveglio

Qua dentro è una cella d’isolamento

Il vostro calore non lo sento

E nell’ora d’aria esce giusto un frammento

ma il dieci per cento non basta di certo

Che quando la testa si fa più pesante,

blocca la bocca, le braccia, le gambe

Riuscissi a spiegarla, a parlarle prima che anche tu mi voltassi le spalle

Sarebbe importante

Ma non hai scelta, sta nebbia costante

Da fuori non senti, qui dentro è assordante

Soffro se riesco a mostrarle giusto la metà di me

Nell’ora d’aria esce la metà di me

Nella mia testa appassiscono i fiori

Senza che il tempo passi mai

Per questo mostro la metà di me

Vedi solo la metà di me

Nella mia testa appassiscono i fiori

Senza che il tempo passi mai

Senza che il tempo passi mai

E resta la metà di me

Vedi solo la metà di me

E’ facile, c’è un trucco, o crepi o ce la fai ( American God)

Ho scoperto da poco l’esistenza di un insetto meraviglioso: la psyche casta.

Si tratta di una falena che allo stato di bruco raccoglie pezzetti di varia natura ( legno, fili d’erba secchi, pelucchi, foglie), si costruisce la casa e cerca un posto dove chiudere la porta e fare la muta per volare tranquilla nella sera.

Utilizza quelli che per il resto del mondo non sono altro che scarti e li ricicla per vivere.

A prima vista sembra solo un mucchietto di sporcizia. Invece no.

Quel piccolo bruco si porta in giro un peso enorme per il suo corpicino, eppure lo fa. Perché in fondo: ” è facile, c’è un trucco, o crepi o ce la fai “.

Sta tutto lì: raccogliere quello che la vita ti offre, fosse anche cosa da poco, prendere quello che c’è e farne altro.

Dimenticavo: la psyche casta raccoglie i pezzi offerti dal mondo e li tiene insieme con la seta, che produce da sola. La seta!

Non è incantevole tutto ciò?

 

“Well, sing, sing at the top of your voice
Love without fear in your heart
Feel, feel like you still have a choice
If we all light up we can scare away the dark” ( Passenger)