Di autunno e giorni corti.

Costruisco pensieri di lana cotta
per scaldare l’autunno e fare il paio con i colori che ha
Intreccio la noia con la consapevolezza
per farne coperte che siano riparo
Mischio stanchezza e stupore a gioia e malinconia
per colorare quaderni e fogli sparsi
Raccolgo petali di stoffa e li lancio alla rinfusa
per camminare sui sogni infranti
Cucio bottoni sul ferro usando rami secchi
Mastico bonbon fatti di terra e vetro facendone bolle
Sono il buffone di una corte che non c’è
Sono lo gnomo nascosto nell’erba
Sono il clown bianco e l’Augusto
me ne vanto e me ne vergogno insieme.

… se non si divide il buio

si tradira’ sempre la luce (V.Capossela)

http://www.youtube.com/watch?v=6eT_IuQq7TM

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A chiunque.

Sboccerai.
Prima o poi sboccerai
Per chi ti dice che dovresti essere rosa.
Sboccerai.
Con i tuoi tempi.
Per chi ti vede cipolla
Per te che sai essere Agapanto.

Agapanthus :dal greco agàpe (amore) e ànthos(fiore).

in sottofondo…

Accettare le spine per vedere i fiori…

Si muove leggera tra alberi e erba alta.
Cerca il profumo di una primavera che stenta ad arrivare, nelle notti limpide di questo inverno insistente.
Trova fiori leggeri, piccoli e profumati
E trova spine che graffiano e incastrano.
Ma tiene gli occhi in alto
E la bocca a sorriso.
Con resistente fiducia.

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di se e vorrei… e nulla più

Se la strada deve essere in salita la vorrei come una scala a chiocciola
per trasformare la fatica in un girotondo.

Se devo avere gli occhi che bruciano,

vorrei fosse per un vento improvviso che scompiglia capelli e pensieri, spostando polvere e terra facendo danzare le foglie e l’immondizia lasciata per strada.

Se mi si devono vedere i denti,

vorrei fosse perché rido.

Se devo tirar fuori le mani dalle tasche,

vorrei fosse per metterle in quelle di altri.

Se devo avere un peso sulla schiena vorrei fosse mio figlio,

quando lo accompagno tra i sogni su per le scale.

Se devo chiudere gli occhi vorrei fosse per sognare.

Se devo ascoltare in silenzio, vorrei solo voci amiche e musica buona.

Se devo muovermi a piccoli passi vorrei fosse su un muretto, per vedere il mondo da un punto nuovo.

Se devo avere a che fare con il mare

Disegno pesci.

 

 

 

la sedia

… resto qua.

In un angolo.

A chiedere se è solo questo il mio ruolo: fare da gradino per arrivare più in alto, sorreggere culi pronti al cibo.

Una maglioncino avvolge il mio schienale, solo per metà. Scivola di lato. Ho spalle troppo strette per sostenerlo.

Panni usati ai miei piedi. Silenzio intorno.

A volte sono scaldata da coperte appena lavate, profumano di lavanda e vaniglia. Ma restano il poco che serve per essere sistemate in altre stanze, più adatte ad una coperta. Luoghi di calore e sogni, di carezze e compagnia.

E io resto qui.

A ricordare l’unica volta che ho fatto da altare ad un amore improvviso, dirompente, semplice e spudorato, dolce e passionale. Tengo stretta la sensazione delle mie gambe che tremano e gioiscono sotto il peso di quell’improvviso uragano, passato per questa stanza a luce spenta. Lo so io cosa è successo. Nessun’altro.

E resto qua, con quel ricordo impresso nel legno dello schienale ad aspettare che ci sia una cena e sperare che sia almeno un millesimo dolce e profumata come quell’istante.

 

Ho letto tempo fa questo racconto di Paolo e in questi giorni sono uscite, di getto queste righe. Altri hanno scritto il loro modo di vedere e vivere quella sedia. Questo è il mio.

Fiori in testa

Un mazzo di margherite bianche, a ricordare la semplicità di un sorriso.

Le violette, per non dimenticare di guardare in basso, nei punti più nascosti, per trovare tesori.

Un elleboro per affrontare gli inverni del cuore come fa lui con quello del cielo.

Un fiore di peonia, doppia, rosa e bianca, per ricordarti di accogliere, raccogliere e abbracciare il tuo centro, lasciandolo aperto al cielo dando un ristoro morbido e profumato, o almeno provarci.

Un paio di narcisi che sembrano delle trombette e mettono allegria.

Un ciuffo di lavanda che calma e rasserena

Una rosa, lilla, profumata di dolce, per quell’eleganza che non ti appartiene ma cerchi intorno.

Un soffione di tarassaco per ricordarti di lasciare andare che qualcosa si seminerà.

Senti la notte che arriva
Un giorno a sorpresa
E ti chiede se ci sei
Raccogli in un pugno gli attimi di vita
E non sai fare
E non sai dire
E resti solo a immaginare

….

Lo sai che col vento i capelli
Si son spettinati
E la vita ancora di più…

A ciò che potrebbe ma non è…

Alla luna che resta in cielo al mattino

Alla pioggia col sole
Alla neve d’estate e al mare d’inverno

Alle torte senza zucchero
Al cioccolato senza cacao

Agli abbracci rubati,                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 che quindi abbracci non sono

A quando non è il tempo
A quando non è il momento
A quando si può ma non si vuole
A quelle cose che accadono sempre in ritardo                                                                                                                                                                                                                                                                                 o in anticipo… un po’ accazzo insomma

Per tutte quelle volte che ti senti un lampione  in pieno giorno.

 

Sete e paura

Ha sempre avuto una gran sete.
Beveva l’acqua in bicchieri grandi e pur di non avanzarla la finiva in sorsi enormi.
Ha bevuto anche acqua stantia, pur di dissetarsi.
Un giorno l’ultimo sorso ha sbagliato strada.
La gola ha iniziato a gridare di dolore, come avesse ingerito dei pezzi di vetro.

La tosse le ha tolto il fiato e, anche se per un minuscolo momento, ha pensato di morire.
Dalla gola l’acqua è scesa giù, s’è bloccata in petto, come uno spillone rovente, come se avesse incontrato un macigno a sbarrare la strada, allora ha fatto inversione ed è risalita su, fino agli occhi.
Gli si sono gonfiati al punto di mettersi a buttare fuori quell’acqua storta.
Il tutto è durato non più di un minuto.
Se si ferma a pensare, quel dolore è ancora chiaro nella mente, negli occhi, nella gola e nel petto.
Da quel giorno ha cambiato i bicchieri di casa, ora ne ha di piccoli, come quelli da osteria, non contengono più di una sorsata da bambino alla volta.
Continua ad avere sete, sempre.
Versa l’acqua nel bicchiere ma…
Immagina fiumi.
E laghi.
Immagina il mare, che teme ma la affascina.
Immagina e sogna l’acqua, fresca e ristoratrice.

Immagina e sogna.
Ha sempre sete.
E ha paura di strozzarsi di nuovo.

… è un disegno già postato qui ma oggi m’è passato tra le mani e mi piaceva rimetterlo qua…

Sera di marzo con pensieri ad un chissà…

Un portico che ripara dal vento.
Una poltroncina con cuscini morbidi a dar ristoro alle ossa.
Un piccolo prato, di fronte, affiancato da un giardinetto spettinato.
La luna che saluta da dietro la betulla del vicino
e le stelle che sorridono da lontano.
Pensieri fluttuanti
leggeri come piume colorate
sfiorano il naso e le guance.
Sospiri mascherati a fumo lasciano la gola e si alzano dietro le travi in legno
perdendosi nel buio di una notte qualsiasi,
come fanno i sospiri senza una voce.

Ti fai carezza dietro il collo.
Ti fai pizzicotto a risvegliare da sogni inutili, fermi nel pensare a ieri.
Quando quello che è stato non tornerà.

Ti fai una carezza ché luna e stelle son sempre belle da guardare
Ti fai un pizzicotto a ricordare che
c’è un domani che non sai come sarà.

fresco calore

Sono giorni di sole pieno, che arriva lento quasi timoroso per poi esplodere e scaldare muri e pelle, occhi e gola.

E’ un tempo di luce e calore, di energia che sfiora le mani, scuote la testa nel tentativo di scrollare di dosso il buio pensieroso del tempo passato.

Il giardino si muove con nuove foglie e la strada davanti a casa si apre a mille corse bambine, a mostri da acchiappare tra i solchi dei campi e case da costruire tra un albero e l’altro.

Le finestre danno una visione luminosa del mondo fuori, che lento inizia a riflettere la luce accumulata nei mesi scorsi.

Sono giorni di sole e calore, giorni fatti per stare fuori, tra il prato e il portico con la schiena appoggiata al muro della cucina e gli occhi chiusi e sorridenti, con pensieri rivolti ai sogni.

Poi arriva la sera, il sole cala e questa primavera si rivela burlona.

La casa non s’è ancora scaldata abbastanza e qualche pezzo di legno nella stufa conviene ancora metterlo.

Dentro fa fresco.

Lo sbalzo si sente tutto, tra gli occhi e la gola.

Alla finestra, dentro questa penombra, osservo il mondo fuori, ancora chiaro e ricco di luce.

Non fa freddo ma c’è ancora quella temperatura che porta a maglie più pesanti, che chiede ancora la coperta e un calore inesistente.

Arriverà il tempo in cui tra dentro e fuori la differenza sarà minima, magari nulla.

Si aspetta.