piedi a righe e a pois.

C’è stato un tempo in cui i calzini li comprava mia madre, la scelta era dettata dall’ordine e dalla praticità: di cotone per la primavera, caldo cotone per l’autunno/inverno, di spugna per lo sport, calzettoni per le camminate in montagna. In genere erano bianchi o blu, raramente passavano per il nero o il grigio. Ho sempre avuto anche una vasta scelta di calze da casa, fatte ai ferri da mia nonna, con i rimasugli della sua lana quindi in tutte le sfumature di marrone e verde, colori perfetti di una nonnina delle castagne com’era lei.

I piedi si tengono al caldo, non andare in giro con le calze rovinate, questi i pensieri principali. E io tenevo i piedi in scarpe da ginnastica alte, le calze nemmeno si vedevano e poco importava.

Poi ho iniziato a sceglierle.

Mi sbizzarrivo soprattutto con quelle da casa: colorate, morbide, con i gommini sotto, con la mezza suola per non scivolare, ne ho anche comprate con le dita separate, solo perché mi faceva ridere l’idea. Nella realtà non facevano affatto ridere una volta nei piedi e son durate poco.

Poi è partito l’amore: con i piedi calpesto la strada e liberi o chiusi in scarponi non importava ” con piedi allegri vai dove vuoi” mi dicevo. Così ho iniziato a cercarle colorate, coloratissime, difficilmente a tinta unita.

A righe, a pois, con frutta disegnata e animali fantastici.

Ancora oggi ho pochissime calze che possono essere definite “serie”, ci prova ogni tanto mia sorella che tenta di rifornire il mio armadio di qualcosa di portabile in caso di necessità ( quale sia non si sa bene) e mi arrendo ( non sempre) di fronte a quelle da tenere negli scarponi da montagna, non so perché ma quelli difficilmente sono fantasiosi.

Quando iniziano a non reggere più il peso del loro lavoro faccio fatica a buttarle: alcuni son diventati guanti per le mani ( togliendo la parte del piede), ” manicotti” li chiamo io. Altre son diventate pupazzi per mio figlio o i figli di amici. A volte diventano “sacchetti porta cosa vuoi” per Mini, utili quando era più piccolo per uscire con almeno un paio di macchinine o omini del Lego.

Una cosa non riesco a  fare: accoppiarle. E’ una cosa per me difficilissima, non mi piace e le metto alla rinfusa nel cassetto, spesso ne perdo una e non posso dare la colpa SOLO alla lavatrice. Per questo ho iniziato a metterle “come capita”.

Se non sono fatte per stare insieme mica posso buttarne una o aspettare che l’altra torni a casa lasciandole prendere polvere nel cesto della biancheria. Allora la uso lo stesso. Quindi mi ritrovo con un piede a righe e l’altro con pois, uno sulle tinte del verde e l’altro quelle del viola. Cerco di metterle della stessa altezza, per non fare distinzione tra i polpacci ( anche loro, poveretti, non è che possono subire le scelte di fuga altrui).

Se una si perde per strada, l’altra continua a fare i suoi passi e credo sia giusto così.

Anche per questo ho iniziato a prenderle spaiate già dal negozio e sono parecchio soddisfatta: non sempre chi è nato a coppia deve restare lì e non sempre chi è differente non sta bene insieme.

… la adoro…

Non c’è disaccordo nel cielo…

Mi prendevi in giro per le scarpe colorate e logore.
E io ti dicevo che eri solo un vecchiaccio…
E ridevamo.
Tu grande tre volte me, mi guardavi  chinando il capo di lato e ridevi da sotto i baffoni.

Non c’è disaccordo nel cielo
né nuvole gonfie o mistero
né pacchi né stupri né soglie
né stanze svuotate d’addio

Io e tua figlia, amiche da una vita. Lei donna responsabile e misurata io folletto arruffato e sconclusionato.

Ci guardavi e non capivi come potessero acqua e olio essere così unite eppure ci riusciva e ne eri felice.

Solo tutte le lacrime avute
quando siamo stati migliori
e la grazia e l’oscuro segreto
ci scrosta nell’oscurità

Passavo a trovare lei e poi ti cercavo, nell’erba della collina, tra gli alberi da frutto.

Per urlarti qualcosa, in genere qualche battutaccia alla quale rispondevi a tono.

Un caffè insieme sul terrazzone, le sigarette a fumare via i fastidi.

A volte non vedo nel cielo
che nuvole gonfie e mistero
e salendo nel vapore leggero
altro non vedo e non so

Quando mi trovavi lì il tuo saluto suonava ” Ma sei di nuovo qua? ma non hai una casa? Certo che non hai mai un cazzo da fare eh?!”

Quando non mi vedevi per giorni ti preoccupavi e chiedevi a lei, che ti rassicurava.

Né anime bianche né salmi
che cantino gloria con noi
né vecchi compagni né amanti
che dividano il cielo con noi

Quando hai saputo del mio restare sola, ti sei arrabbiato, non con me

E la prima volta che mi hai vista, nell’accenderti la sigaretta dopo il caffè

mi hai solo chiesto ” … come stai?” e io sorridendo ti ho detto “… sto, vedo di farcela”

quel tuo “… certo che ci riesci, sei forte come un toro, figurati un po’!” e ancora quel sorriso a testa chinata, a guardar da sotto e i baffi che si allargano.

Da quel momento i tuoi abbracci si sono fatti più stretti, con le tue mani grandi a prendere tutto quello che avevo sulle spalle.

Così resto solo col cielo
e altro non vedo e non so
ma se tutto è nascosto nel cielo
al cielo io ritornerò

Le cene a parlar di tutto, a prendersi in giro, a bere vino e digestivi.

A cercare sempre di provocare, mi davi della “comunista di merda” solo per il gusto di litigare, perché poi ti piaceva un sacco che lo fossi, che avessi le mie idee e le portassi avanti.

Ma se tutto è nascosto nel cielo
al cielo io ritornerò

Ci vorranno giorni, prima che tornerò su quel terrazzo, a guardare  le nuvole.

Ma lo farò, e sorriderò a quel cielo pensando che starai rompendo le balle, divertito, a chi c’è con te.

E noi restiamo qua.

di piediballerini, polvere alzata, braccia al cielo, tre ore di sonno e tanta tanta bellezza…

E’ un’estate complicata questa,

come andare in altalena ma con la base non in piano

con una corda più lunga dell’altra

Sembra di poter cadere da un momento all’altro

e dondoli, piano ma dondoli

perché l’altalena è una cosa meravigliosa e non puoi perdertela

perché quel movimento culla testa e pensieri

Il continuo salire e scendere,

guardare la terra senza dimenticare il cielo

mani strette alla fune, piedi a penzoloni e aria sul viso

Rischi lo sbando con un’altalena storta, più spesso di quanto potevi immaginare

A volte sbatti i piedi contro il tronco dell’albero

in altri momenti le spalle, perché inizi a girare girare e girare perdendo il controllo

Vorresti scendere ma per fermare quel dondolio ci vuole del tempo,

resti in balìa di quel vortice che annebbia i pensieri e blocca il cuore, che strozza il fiato in gola e gonfia gli occhi

ma se non ti fai prendere dalla paura, quando il movimento si fa più lento

capita che il corpo si muova da solo, schiena e testa all’indietro e piedi in avanti

a cercare quel filo che unisce ieri con oggi, passando per un chissà o un magari

e a volte questo è quanto basta per continuare

perché nonostante tutto resti comunque sempre viva e pazza di gioia!