pensieri alla frutta

Merenda.

Ho voglia di una mela.

Incido la polpa con il coltello rosso. Appena prima di togliere la buccia mi ritrovo a tentare di ricomporla. Mettere insieme le due metà, appoggiandole al piano freddo della cucina.

Fetta contro fetta, con le dita a tenerle insieme ma appena allento la presa cade e si riapre, non stanno insieme.

Una volta tagliata tale resta.

Quando non è intera, così rimane. Tocca mangiarla. O farne una torta. Che sarà buonissima e darà dolcezza alle labbra.

Ma la mela sarà tagliata.

Sarà anche per questo che alle mele preferisco i lamponi: son piccoli e difficilmente divisibili.

Non hanno mezze misure: o si spappolano o sono interi.

maledetta insonnia…

Quando hai una sensazione che gira, non sai come trovare le parole. Frughi a piene mani nella testa, ti sembra stia per prendere una forma, poi ti confronti con un animo prezioso che ti consiglia e ti aiuta… questo è quello che ne viene fuori. Grazie Melissima

Apre gli occhi, improvvisamente.

Svegliata da un sogno che immediatamente svanisce, lasciando nella gola quell’estremo senso di angoscia mista ad ansia.

Con il fiato corto, il corpo sudato e il cuore a mille allarga le braccia a cercare un contatto, qualcosa sotto le dita che le faccia sentire di essere da questa parte del sogno.

Sente il lenzuolo sul dorso delle mani, leggero e accaldato. Allunga piano piano un piede, con la paura di toccare qualcosa di indefinito, lì sul fondo. C’è sempre qualcosa di preoccupante sul fondo.

Il giorno non ha ancora iniziato il suo cammino, ma una leggera lama di luce passa tra le persiane.

Questo vuol dire che è passata qualche ora dalla sera prima, dalla corsa verso casa, dai pugni al muro, dalla doccia a lavare via rabbia e orrore.

E’ trascorso del tempo, questo è certo, ma non abbastanza perché il ricordo sia lontano e offuscato.

Il fiato è ancora corto, strozzato. Le mani continuano la loro indagine sottocoperta, convinte di una presenza, sicure di qualcosa che sta per tornare.

Sente le coperte bloccarsi.

Trattiene il fiato e sgrana gli occhi. Lentamente volta la testa, rimasta fino ad ora fissa verso il nero del soffitto. I capelli scivolano sul cuscino liberando quel profumo misto di violetta e sudore. E’ un profumo che le piace, da sempre. La rilassa. Eppure ora c’è un’altra nota, lontana da essenze floreali alle quali è abituata. E’ un profumo che conosce, non sa come, non sa da dove arrivi ma lo conosce bene e questo non le ridà il respiro che ha perso.

Continua a voltare la testa, lentamente, come se tentasse di fermare il tempo prima di arrivare all’attimo in cui vedrà chi/cosa c’è accanto a lei. Perché qualcosa c’è, lo sente con ogni parte del corpo, ogni minuscolo angolo di pelle è teso e attivo a quell’odore.

Buio.

Nient’altro che buio. Non vede nulla, non riesce ad intravedere niente e nessuno. Niente di niente.

Eppure c’è, lo sente.

Sarà dietro la porta? O dietro lo specchio, quello appoggiato a terra, contro il muro ai piedi del letto? Sarà oltre la camera, dietro l’angolo che separa la sua camera dalle scale?

Non sente alcun rumore, nemmeno da fuori. Non ci sono gatti che miagolano, cani che abbaiano. Quel cazzo di cane del vicino! Rompe ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni notte. Abbaia come un matto ad ogni moscerino, perché adesso dorme?!

Non un rumore, nemmeno dentro casa. Tutto è solo buio e silenzio. C’è così tanto vuoto intorno che il respiro sembra amplificato e il battito del cuore suona come una grancassa.

Si sente solo quel profumo. Di terra umida e foglie marce. Di ghiaccio e temporale.

Lentamente sposta le gambe ed esce dal letto. Piedi nudi sul pavimento gelato. Un brivido si somma a quelli già in corpo da quel tempo trascorso che pare eterno.

Nel buio della casa si muove, lentamente, con le mani a cercare appigli, accendere la luce è una cosa impensabile. Procede a tentoni, come fosse cieca, lo stipite della porta, ora l’angolo del muro, un passo e poi un altro, lenti e appena sospesi. Un altro angolo, la mano scivola a cercare la seconda porta, quella del bagno, avverte il pavimento che cambia sotto i suoi piedi.

Quell’odore persiste, anzi sembra più intenso, come fosse ancora più vicino, eppure non c’è nulla, nulla di tangibile, niente a bloccare quei passi leggeri e paurosi. Continua a spostarsi, le piastrelle del bagno lucide e ancora più fredde. Col piede sente il bordo della vasca, poi con una mano arriva al mobile degli asciugamani. Di fronte a questo c’è il lavandino con lo specchio. Il fiato sempre più strozzato, l’odore sempre più intenso ora s’è fatto fiato, lo sente sul collo. Prova a deglutire e la saliva si fa ghiaia in gola, che brucia provocando un dolore intenso, ma di piangere non se ne parla, sarebbe rumoroso. Nel reprimere ogni minimo sfogo le pare di scomparire e poter essere lasciata in pace.

Ancora una volta la testa si gira, lentamente, in direzione dello specchio.

Nel frattempo il sole inizia il suo percorso verso l’alto e una leggera luce raggiunge il bagno, in linea diretta con la finestra della camera.

Un minuscolo raggio si riflette sulla superficie argentata dello specchio, sente il fiato sempre più vicino, ora è dietro le orecchie, sente un sibilo, sente un tocco sulle spalle. Di scatto porta una mano su di sé ma non percepisce nulla.

Sente un corpo vicino ma non lo può toccare. Angoscia che sale, terrore che prende alla gola.

Chiude gli occhi, non può più trattenere la paura, prende fiato girandosi di fronte allo specchio, raccoglie il poco coraggio rimasto e si lascia andare all’indietro, sicura di cadere tra quelle braccia inesistenti.

Il freddo percepito fino ad allora si fa fuoco che sgorga dalla testa e quell’odore, fino a poco prima indefinibile, ora è con certezza quello del ferro.

L’angoscia svanisce.

La paura se ne va.

Il sole ormai illumina la casa quel tanto che basta per vedere i contorni delle cose. Tra queste un viso, rilassato e sorridente, su piastrelle di ceramica bianche e azzurre… e rosse.

L’hanno trovata così, distesa nel bagno, tra il lavandino e la vasca. Le malelingue la definiscono stramba, chi la conosce non può fare a meno di notare quel sorriso, scomparso dal suo viso da troppo tempo…

 

vetri sporchi, appannati, puliti, scheggiati…

Costruire sogni di polvere colorata

Fabbricare speranza con materia invisibile come il vento

Sentire profumi nell’aria e regalarsi momenti di pace

Scivolare sul grigiore degli altri

come sul fango sotto un temporale

Sporcarsi da capo a piedi e per un attimo non riuscire a tenere aperti gli occhi…

Aspettare che la pioggia lavi via ogni fastidio….

… e ricominciare a sognare…

 

Una finestra sul mondo, col vetro nuovo appena montato, tutto pare limpido, preciso.

Le finestre guardano fuori, osservano e scrutano

Dal vetro si riflette l’interno, che si mischia col mondo fuori come in una fotografia ad esposizione multipla

… e uscendo, col naso appiccicato al vetro quell’interno diventa più chiaro…

Bisognerebbe averne cura, perché polvere e pioggia non hanno pietà. Se aspetti a lungo il vetro si offusca e non vedi bene, rischi di perderti qualcosa al di là o al di qua…

A volte al primo accenno di temporale corri a mettere mano alle persiane, come scudi di Don Chisciotte le chiudi a serrare, proteggere dal vento che porta polvere e appiccica foglie e acqua, graffiando e sporcando a più non posso. Altre volte la stanchezza prende il sopravvento e quando scoppia il temporale è notte, fa freddo, non ne puoi più, quella diventa l’ennesima sfida, l’ennesima battaglia… a volte pare di lottare contro i mulini a vento in sella ad un pollo di cartapesta e getti la spugna pensando ” vediamo poi”  …

Capita poi di non rendersi conto del tempo trascorso dall’ultima volta che ti sei armata di straccio e  spruzzino e ti ritrovi con un vetro così sporco che guardare in ogni direzione diventa impossibile,

tutto pare annebbiato, uno strato grigio toglie luce e offusca gli occhi, per guardare fuori devi stringerli e rischi solo un gran mal di testa…

Poi arriva un giorno e decidi che hai bisogno di luce, la fatica non è poca ma con calma inizi dal centro, con movimenti ampi della mano.

Inizi a vedere fuori qualcosa di piacevole, c’è tanto sporco da togliere  ma vedere i colori e le forme di cosa c’è al di là del vetro è un ottima spinta per continuare il lavoro.

Togliere quello sporco dà nuova luce anche all’interno, è una novità su tutti i fronti e le novità bisogna accoglierle con entusiasmo bambino, guardarle, coccolarle e tenerle strette perché ci aiutano a ricordare quanto può essere bello il mondo al di là del vetro.

Arriveranno altri temporali, o lo stronzo di turno che lancia acqua e fango a secchiate sul vetro ma una volta vista quella lucina non si può evitare di dire ” si può fare”.

… un anno fa ero  qui

con una visione differente da allora, guardo i miei vetri che non saranno mai splendenti ( non miro a tanta perfezione) e penso che qualcosa oggi è diverso, che il mondo fuori ha dei colori incantevoli, che lo spazio è ampio e ci sono un mucchio di cose piacevoli al di là di quel davanzale…e anche l’interno non è poi così male…

Queste righe, girando da giorni tra cuore e pelle finalmente sono saltate fuori, grazie a due personcina che senza nemmeno rendersene conto hanno fatto fare “clac!” agli ingranaggi nella testa:  Melissima e il mio FarfarOrso…  … vi voglio bene ragazzi…

nell’aria… questa qua…

“Possano questi pianti rompere le dighe
arriverà un ciclone forse ci lascerà stare…”

Quote challenge – day 3

Viaggiano nell’aria

escono dai pensieri

passano per bocche e mani

e diventano segni…

Alcune passano e vanno, altre si fermano e restano impresse, su carta e cemento

a volte sono nascoste agli occhi e ti pare non ci siano mai state

poi basta un filo di vento, le note di una canzone, il momento giusto

e tornano più presenti di prima…

Terzo giorno di questo gioco

terzo giro di citazioni

Questa volta non ci sono canzoni, libri, poesie….

Ci sono persone in carne ed ossa che hanno condiviso con me un pensiero, un commento… o hanno scritto qualcosa che mi ha sfiorato, toccato, strappato un sorriso… ed eccole a voi, perché come dico spesso… questo posto mi piace e fa parte realmente della mia vita, non è tutta qua, non è solo qua… ma ANCHE…

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…da una chiacchierata fatta con Erik …

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… l’avevo appena conosciuta… e non osavo ancora chiamarla Penny … ma potrei anche tirare una righetta e correggere il nome 😉

 

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… questo aicu ( portate pazienza io lo scrivo comeloleggo!) mi è stato regalato da Melissima e io melosono messo in camera…

Come le altre compagne di viaggio, non amo seguir le regole… quindi ne metto un quarto… sperando di non venire colpita da una beccata improvvisa…

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Questi sono solo alcuni dei pensieri raccolti per queste pagine virtuali, ne ho altri ai quali sono decisamente legata ( come a tutto ciò che scrivo sui muri)… e ci tengo a precisare che se mi è concesso , chiedo il permesso di trasportarle sui miei muri scrivendo sempre di chi sono quelle righe ( anche se nelle foto si può non vedere) perché se da un lato i pensieri sono senza confini e in qualche modo universali, ricordare chi li ha espressi penso sia importante, per me e per chi si ritrova a leggerli… una piccola questione di onestà… fosse anche solo per me stessa.

 

di incanto e meraviglia, magia e stupore…

Ieri sera, chiacchierando con amici mi son ritrovata ad ammettere:

“… io non lo so… se proprio proprio proprio… BabboDiNatale, fate, folletti e  gnomi… ecco… non esistono… ecco… io non lo so…”

“ Ma dai!” mi son sentita rispondere e lo comprendo…

Ma poi, mi son resa conto, che di fatto non lo so… quindi mi tengo stretta quel piccolo pensiero…

“… e se poi, invece…?”

Riuscite ad immaginare la meraviglia? Lo stupore? La magia?…

… come i giochi bambini….

Non c’è un po’ bisogno di tutto questo?… di credere nella possibilità di qualcosa da occhi sgranati e bocca aperta nel sorriso migliore… ?

Io credo di sì…

 

… sull’onda di questi pensieri e dall’idea di Melissima… ho provato a fare una robina… a voi…

primo step… a penna nera…

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 … un po’ di colore…

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