Dalla terra al cuore, passando per graffi e mani sporche…

Primo sole e la terra inizia ad asciugarsi, consentendo ai piedi di entrare senza schiacciare e sprofondare.

Mettere i guanti, prendere carriola, zappino e cesoie e infilarsi in giardino.

Avvicinarsi alla rosa, malata da un po’ e iniziare a pulire, togliere le parti secche, quelle malate e cariche di galle.

Ne aveva una quantità indescrivibile.

Continuava a crescere, nonostante le ferite e a fare fiori. Pochi rispetto a prima ma tanti per com’era ridotta.

Ha inglobato in sé tanto di quel dolore da rallentare. La galla più grande alla base e via via che s’è allungata qualche rametto nuovo ne era totalmente sprovvisto.

L’ho guardata e ho iniziato a sfoltire fino a quando ho deciso: ho lasciato un solo ramo, non intaccato e abbastanza grande, accanto ai piedi.

Il resto l’ho tolto, senza estirpare, senza eliminare.

Non so cosa ne uscirà fuori ma mi pare abbastanza forte per poter tornare più rigogliosa di prima.

Poi ho continuato il giro.

Ho tolto i guanti perché è più forte di me, faccio troppa fatica a tenere le mani chiude lì dentro.

Ho strappato erbacce, potato le altre rose, pulito gli anemoni dal secco, coccolando i nuovi getti che stanno uscendo dal fresco della terra.

Ho discusso con la gramigna che nascondeva i bulbi in crescita e che ora svettano piuttosto fieri nei loro dieci centimetri di foglie.

Ho sistemato la lavanda che s’era coricata un po’.

Sempre a mani nude.

Terra che entra nella pelle, sotto le unghie o quel che ne resta.

Un graffio da un lato, un taglietto dall’altro

Ferite inconsistenti rispetto alla meraviglia di toccare questa vita a mani nude

sporcarsi con essa e raccoglierne ogni granello sentendone il fresco e l’odore sulla pelle.

 

 

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40 pensieri su “Dalla terra al cuore, passando per graffi e mani sporche…

  1. Quando ti leggo, penso che tu abbia “maturato” una tua poetica (che è specchio dell’approccio alla vita), ma anche una tua “cifra” stilistica. Molto personale e tua. Ti contraddistingue. Quella tua capacità di riassumere (brutta parola), raccogliere, pulire (da terra e impurità) i pensieri, definirli, ordinarli, meglio, svolgerli. Naturalmente. Osservandoli venir fuori per quello che sono. Coltivandoli e vedendoli crescere e fiorire. E’ un po’ questo il tuo modo di scrivere e fare pensiero. Somiglia allo sguardo con cui contempli il tuo giardino, che ha tutto fuorché un’imposizione e una deformazione antropomorfa. E’ quello che è, ogni stelo, ogni virgulto. E’ quello che è divenuto sotto il tuo sguardo attento e rispettoso. Per la tua mano talvolta decisa e salomonica, ma consapevole. Dolce e saggia, anche nell’atto ferale del taglio e dell’estirpazione.

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    • Sai, ogni volta che mi si dice che son saggia cappotto a terra… Penso che solo fossi saggia un decimo di quello che gli altri vedono in me forse farei meno danni. Però forse è ora che inizi a crederci sul serio di aver imparato un paio di cose…
      L’abitudine di semplificare, togliere il superfluo, credo arrivi principalmente dalla giocoleria: per imparare un trucco ( con le palline per esempio) è molto utile scomporlo in minimi passaggi… E come per magia poi il trucco riesce! Sì, credo arrivi da li
      Grazie per queste parole, hai centrato perfettamente con “quello che è ” 😊

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