di strappi, ferite e buchi…

… correva, correva così veloce giù per quella collina che le gambe non si potevano quasi vedere. Correva senza voltarsi. Gli occhi gonfi dalle lacrime, le guance rosse per l’aria gelida che le graffiava e gli schiaffi ricevuti. Era la prima volta che riusciva a divincolarsi e a rimettersi in piedi per fuggire. Fuggire da chi lo aspettava ogni giorno, alla stessa identica ora. Fuggire da chi lo chiamava nei corridoi della scuola e lo avvisava che un’altro “gioco” stava arrivando. Fuggire da chi gli dava così tanti nomi, mai quello scelto dai suoi genitori, che aveva smesso di ascoltarli. Correva e piangeva. Correva e cercava di tappare le orecchie, che non sentissero le grida verso di lui. Correva e piangeva. Fino a quando un piccolo sasso non si infilò tra i suoi piedi. Perse le gambe e cadde a terra, strappando i pantaloni e sbucciandosi un ginocchio. Un buco. Nei pantaloni. Che mai ricucì.

“… we’ve got holes in our hearts, yeah we’ve got holes in our lives
Where we’ve got holes, we’ve got holes but we carry on…”

Si salutarono così, come si salutano gli amici. Alla fermata degli autobus. Avrebbe voluto dirle di non andare, non ora, non subito. Avrebbe voluto dirle che era stato il pomeriggio più bello degli ultimi mesi, chiederle il numero di telefono. L’autista chiamò, lei sorrise mandandogli un bacio con la mano e poi si sedette al suo posto. Lui la guardò partire e andare via. Sentì aprirsi un foro, tra la gola e il cuore, come un colpo di pistola invisibile e silenzioso e restò lì, immobile, lui… e il suo foro.

“… we’ve got holes in our hearts, yeah we’ve got holes in our lives
Where we’ve got holes, we’ve got holes but we carry on…”

Una telefonata.  “Lui non c’è più”. Così gli hanno dato la notizia. Lui che non voleva starci in quella casa, che ha fatto di tutto, fin da bambino, per fuggire quando era costretto a stare con quella figura paterna più padrona che altro, oggi sceglie di andare. A passo lento supera la grande porta di legno della cucina e si avvicina alla camera. Ripensa agli schiaffi e  alle urla subite e sente dell’aria passare in mezzo al petto come da una fessura, un buco mai rattoppato, nonostante la lontananza da quelle pareti. Uno sguardo al padre e la sensazione che quel buco si stia allargando per tutto il non detto di una vita…

“… we’ve got holes in our hearts, yeah we’ve got holes in our lives
Where we’ve got holes, we’ve got holes but we carry on…”

Ci sono ferite, ci sono buchi. Nel cuore, nella testa, tra i pensieri e nei respiri. Li tappiamo, come meglio riusciamo ma restano lì, ci passano sogni e sospiri. Ogni tanto ci entriamo e ci crogioliamo in queste fessure… ma poi, alla fine, andiamo sempre avanti…

nell’aria…

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19 pensieri su “di strappi, ferite e buchi…

  1. L’unico buco che dobbiamo temere è l’odio. Un buco-nero che tutto risucchia e nulla restituisce. Ci mangia da dentro la nostra umanità. I buchi non sono un problema: le ciambelle buone riescono con il buco e la groviera è un ottimo formaggio.

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  2. Il problema è che alcune ferite restano lì, ma sono anche convinto che c’è sempre qualcuno o qualcosa che ci aiuta a lenire quel dolore. E poi come dici tu poi si riprende a fluttuare nell’aria 😘😘😘

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  3. Riconoscere quei buchi, quegli strappi e non affossarsi dentro è già una conquista. Sono cicatrici da cui trapela la nostra forza. Sono la spina dorsale del bambino che è in noi, la marcia in più dell’uomo di oggi.

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  4. che bellezza questi “corti” in cui c’è trama essenziale e tanta emozione, il primo lo trovo perfetto, in equilibrio tra l’accennato e il sottinteso; il secondo ha il calore dell’innamoramento adolescenziale, quando basterebbe una parola, un gesto, per far andare le cose per il verso giusto eppure non lo fai perchè in fondo quel foro di sofferenza tra gola e cuore è un dolce sentire; il terzo è una ferita cupa che col tempo s’allarga anzichè rimarginarsi.
    M’inchino a te
    ml

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