Di pezze, fili, bottoni e cucito…

Ha aspettato quest’ora tutta la giornata e finalmente è arrivata.

Il mondo fuori tace, al massimo sussurra, tutte le luci sono spente, il silenzio si prende il tempo che resta, da qua all’alba.

Si avvicina alla porta del laboratorio, di legno, graffiata dal tempo e dalla vita, prende la macchina da cucire dall’angolo nel quale la lascia riposare tra un utilizzo e l’altro. Cerca nella scatola di cartone, riposta sotto il davanzale, due pezzi di stoffa, quei pezzi di stoffa, uno di velluto leggero, a fiorellini, rimasuglio di un vecchio abito bambino, un altro a quadretti, azzurro e verde, con leggere righe viola.

Dalla finestra la notte regala una delle lune più belle della stagione, piena, luminosa, tendente al rosso… perfetta per il lavoro di questa sera.

Con calma e pazienza alla luce fioca di una vecchia lampada cuce, con calma e sospiri, i suoi pezzi di stoffa insieme, come a fare un sacchetto… ma questo non deve diventare un sacchetto.

Dalla mensola storta davanti a sé prende un barattolo di latta grigio e bianco, immerge la mano nell’imbottitura recuperata dal vecchio cuscino, diventato inutile dal momento che nel letto si sta da soli. Si lascia coccolare per un momento ad occhi chiusi, immerge la mano come si fa nel sacco di semi, un brivido la coglie lungo tutta la schiena e si ferma proprio sul collo, in corrispondenza della gola, il fiato si strozza, gli occhi si gonfiano, la bocca soffia fuori la poca aria che è in grado di raccogliere.

Riempie quel finto sacchetto con braccia, gambe e testa, per poi richiuderlo, questa volta con ago e filo, a mano, con calma.

Un bottone rosso per la passione che s’è nascosta chissà dove, un bottone blu, per le volte che si è fermata a guardare il cielo pensando a presenze lontane…

Un pezzo di pannolenci rosa chiaro, leggermente a mezzaluna per un sorriso rimasto a stento.

Si ferma a guardare fuori dalla finestra, con la tazza bollente in mano, odore di zenzero e limone, pizzica in gola e scalda cuore e pensieri.

Una civetta canta dal castagno in fondo al cortile, spicca il volo, ali bianche abbracciano l’aria e se ne va.

Uno sguardo a quell’essere sul tavolo, non ha ancora finito il lavoro… non ancora.

Con il palmo della mano, sfila il cassettino sotto al tavolo, dove ci sono aghi e spilli, ne prende una manciata, li lascia cadere sul piano di legno e li osserva scivolare e tintinnare come piccole bacchette di Shanghai.

Uno per gli occhi, che non vogliono vedere

Uno per le labbra, che non sanno parlare

Uno per le orecchie, che smettano di ascoltare

Uno per i piedi, per ogni passo falso

Uno per le mani, rimaste aperte ad aspettare la pioggia

Uno in gola, che blocchi il respiro

Uno sul naso, per i profumi che sente

e l’ultimo… tra cuore e stomaco… perché è lì che sta il dolore.

Si alza, scivola sul pavimento, spegne la lampada ed esce dalla stanza.

Tre gradini ad uscire all’aperto, seduta sulla sua poltrona, musica nelle orecchie e sigaretta della buona notte.

Uno sguardo alla bambolina…

” … Sì, sei venuta bene, mi somigli proprio… ancora qualche giorno, devi avere pazienza… ancora qualche giorno e inizieremo a togliere gli spilli…

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