lontananze e vita quotidiana

L’affetto non è direttamente proporzionale alla presenza fisica.
La lontananza è più del cuore che del fisico.
Eppure certe distanze rendono complicato l’affetto del quotidiano.

Più di dieci anni a condividere tutti i giorni.

Un lavoro impegnativo, che ti entra sottopelle e nel cuore, a sostenere chi ha pensieri ritenuti bislacchi dal mondo “sano”, un lavoro sul quotidiano sparpagliato in innumerevoli luoghi, dalle stanze del vivere, al supermercato, musei, parchi a giocare, piscine a prendere fresco, soggiorni estivi e gite per la provincia. A questo si aggiungeva la gestione amministrativa, cosa che accade quando un gruppo è piccolo e quindi “tutti si fa un pezzo”, dalle pulizie all’amministrazione, con tutte le energie che si riescono a trovare.

Quello è stato il mio mondo, il nostro mondo.

Ci siamo annusati, presi in giro e affezionati, poco per volta sempre di più. Le nostre vite si intrecciavano, dentro e fuori il lavoro; i problemi di uno venivano presi e coccolati come fossero nostri, con un occhio di riguardo, anche con quelle sane sgridate fatte di:” adesso però datti un giro che c’è da lavorare!”.

Abbiamo litigato, tanto, tantissimo soprattutto all’inizio. Tu che mi mettevi in difficoltà e ti divertivi a prendermi in giro, facendo il capetto e io, ultima arrivata, insicura e paurosa; tra noi un angelo ci teneva a bada, sgridando te come fanno le sorelle maggiori, per i tuoi modi rudi e riprendendo me “… non farti trattare così, mandalo a cagare!” e a sgridare entrambi : ” finitela! siete matti!?… si sente tutto di là!”

DDDDIO quante parole urlate, quanti vaffanculo arrivati direttamente dallo stomaco, porte sbattute e mail scritte di getto…

Poi la resa, ognuno aveva il suo posto, accanto all’altro, ci eravamo scoperti e scelti, come colleghi e amici… perché lì dovevamo arrivare, starci accanto, sostenerci, esserci. Una volta capito questo, siamo stati indivisibili, i turni fatti insieme, il più possibile, i soggiorni al mare a lavorare accaventiquattro, io negli appartamenti a chiamare per una crisi improvvisa e tu in sede pronto alle mie chiamate : ” aspetta a scendere, aspetta me, non muoverti da sola”.

Gli aperitivi a fine giornata, i concerti improvvisati e le telefonate per accertarti che fossi arrivata a casa intera, per la serata e per quei sessantachilometri.

Le giornate del mese di agosto, scelte per la calma cittadina, per i tempi dilatati, per il poter prendere la moto, scendere verso il centro a prendere un gelato e lì conoscere quartieri della TUA città, i tuoi racconti, i tuoi ricordi che diventavano miei, i tuoi luoghi che sono quelli che ora amo di più di Torino.

Io che ti dico ” divento mamma”, a occhi bassi per la paura e tu che mi abbracci come nessuno mai; da quel giorno, se solo avessi potuto avresti fatto tutto il mio lavoro ( tu che eri conosciuto come quello che faceva il minimo indispensabile… e io sapevo non essere per pigrizia) e mi sgridavi ” non salire sulla scala!, lascia quella scatola! siediti, riposa…”, “dovresti venire su di meno” mi dicevi, ma io non potevo anzi non volevo…

Tu che diventi padre e nel dirmelo ti brillano gli occhi e io sono felice, di quella felicità condivisa, di quella gioia per la gioia altrui.

Ci siamo sempre difesi di fronte al mondo, salvo riprenderci in privato, sgridarci e consigliarci.

Poi tutto è cambiato al lavoro, il gruppo dei primi anni s’è sgretolato e siamo rimasti noi e il nostro angelo ma eravamo pochi rispetto al resto che si muoveva verso un cambiamento aziendale, doveroso secondo loro… assurdo per noi. Le lotte a muso duro per mantenerci uniti e legati al vecchio modo, di tempo oltre il lavoro, di vita personale condivisa, di attenzione per le persone dietro ai colleghi. Le prese di posizione per situazioni lavorative assurde, improponibili, per le nostre forze ( e il nostro stipendio).

L’aria s’è fatta pesante, il lavoro ci stava consumando, il nostro tempo era diventato solo lavoro, il tempo libero doveva essere necessariamente altrove.

Abbiamo tenuto duro ma quelle diecibarradodici ore erano diventate così pesanti da essere insostenibili e alla fine abbiamo ceduto.

” chi può vada via, così affondiamo, soprattutto emotivamente”

Io sono stata la prima, un’occasione presa al volo, per una vita differente che non volevo ma sembrava la cosa migliore da fare.

Per mesi non ci siamo sentiti, faceva davvero male… poi ci siamo ripresi.

Le telefonate, per aggiornarci o solo per sentire la voce, un caffè preso al volo durante una scappata a Torino, l’ultima volta che ho visto quegli occhi, quella barba… che le mie spalle hanno preso la forma delle tue braccia.

Ieri la telefonata, dal nostro angelo, per caso ha scoperto che sei stato male…

Ti hanno preso al volo… sembrava volessi andare chissà dove… ma sei rimasto qua.

…e io da ieri sera penso a quanto il mio affetto non sia per nulla cambiato, a quanto pur non avendo tatuaggi visibili, sottopelle ho ogni sorriso, ogni sguardo, ogni parola, ogni litigata e ogni coccola, che resta e si fa sentire. Da ieri penso a quanto mi fa male non essere lì, a quanto mi fa male non averlo saputo, se non per caso, a quanto ho rischiato di perderti e a quanto mi spaventa tutto questo. A quanto, nonostante le distanze io riesca a volere così bene alle persone che incontro ( non solo fisicamente) che ora ho paura se capita loro qualcosa e non posso esserci.

Da ieri cerco notizie, voglio sentirmi dire che stai bene ma quelle parole non arrivano e io ho paura…

Ecco, adesso come adesso sentirei volentieri un tuo caro, vecchio, dolce e di cuore …” Vaffanculo!”.

 

 

 

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48 pensieri su “lontananze e vita quotidiana

  1. Leggerà queste parole, vedrai, tu gliele racconterai e lui sarà felice di ascoltarle. Non può essere che così talmente sono spontanee e colme di affetto.
    Non ti conosco molto cara Tati, ma credo sufficientemente per assorbire ogni sfumatura della tua profonda sensibilità. Capita ogni volta che passo di qua e seguo lo scorrere del tuo cuore che parla come ora.
    Un grande abbraccio. E hai ragione la vicinanza prescinde dalla presenza fisica.
    Primula

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    • Grazie di cuore per le belle parole.
      Non so se le leggerà, non so neanche se riuscirò a vederlo… Sta di fatto che questo legame c’è e lo sento forte … Per il resto si vedrà
      😉

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  2. Quante cose belle in queste righe, compresi i vaffanculo, comprese le parole che non compaiono ma ci sono, comprese le tenerezze, comprese le ruvidezze, tutto compreso insomma come un viaggio organizzato da altri dove io devo solo leggere le tue righe e godermele.
    ml

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    • sono le cose belle dell’incontrare persone e con loro condividere e costruire, sono le cose belle dell’Amicizia, dell’essere umano in genere, io sono fortunata perché le ho viste e vissute 🙂

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  3. Solo le Donne riescono a scrivere queste parole così. Ce ne sono poche, a discapito di un ufficio anagrafe che ne vuole contare di più. Ci sono poi uomini, che le hanno accanto, che non sempre prendono il loro lato giusto. Perché magari sono intenti a combattere quello imperfetto.
    Leggera, o sentirà. Non son parole che meritano silenzio.
    Ti abbraccio.

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